lunedì 30 marzo 2015

Il vangelo di Marco e il finale che non c'era

di Giuseppe Verdi



Il vangelo di Marco, come sappiamo, è il più breve dei quattro canonici, in quanto consta di soli sedici capitoli, di cui l’ultimo, il sedicesimo, così recita:

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?”. Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.
Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano” (1)

Se abbiamo evidenziato i versetti finali, quelli da 9 a 20, non è un caso. Si tratta infatti di un finale aggiunto, non originale, come riconosce la stessa chiesa e come ammettono tutte le odierne versioni della Bibbia, pur includendolo nel testo. Siamo dunque in presenza di uno dei più clamorosi esempi di alterazione testuale del Nuovo Testamento, ben nota agli studiosi, ma totalmente sconosciuta ai credenti.
Riguardo alla natura di quei dodici versetti, alcuni studiosi ritengono che si tratti di un’aggiunta successiva e, quindi, che il testo primitivo finisse al versetto 8. Altri, invece, sostengono che i versetti in questione abbiano sostituito un diverso finale originario.(2)
Nella prima ipotesi, il finale che oggi leggiamo sarebbe stato fabbricato per armonizzare Marco agli altri canonici e rimediare all’assenza della resurrezione e dell’ascensione, ma soprattutto per sostenere la visione paolina secondo cui la fede in Gesù andava predicata anche presso i pagani; esso, infatti, contiene la formula classica “andate e predicate il vangelo a tutte le genti”. Nella seconda ipotesi, invece, non è arduo asserire che il finale originale sia stato eliminato perché contraddiceva i racconti dell’ascensione presenti negli altri vangeli.
Nell’uno o nell’altro caso, quello che appare certo è che il cosiddetto finale lungo (vale a dire gli ultimi dodici versetti dell’attuale versione di Marco) sia una fabbricazione successiva, realizzata e inserita nel vangelo in un secondo tempo. Su quali motivazioni si basa questa conclusione, accolta ormai quasi unanimemente? Innanzitutto, i dodici versetti incriminati mancano nei due più antichi manoscritti greci completi, Sinaiticus e Vaticanus, entrambi risalenti al IV secolo; quantunque il passo sia contenuto nella stragrande maggioranza dei manoscritti greci, infatti, gli studiosi tengono in altissima considerazione Sinaiticus e Vaticanus, proprio perché si tratta dei manoscritti greci completi più antichi oggi disponibili. In secondo luogo, se è vero che il passo sembra richiamato da alcuni padri della chiesa, esso, per contro, manca nelle citazioni di altri (ad esempio Clemente di Roma, Clemente d’Alessandria, Origene e Gerolamo).(3)
Oltre che sulla presenza o assenza del finale lungo nei manoscritti e nelle citazioni patristiche, le questioni riguardanti la sua autenticità sono incentrate su aspetti linguistici e stilistici, che mal si conciliano con il resto del vangelo. In primis, appare curioso che, nell’arco di dodici versetti vengano condensati la resurrezione, l’apparizione a Maria Maddalena, l’annuncio di quest’ultima ai seguaci, la loro incredulità, l’apparizione di Gesù a due di loro, la rinnovata incredulità di costoro, l’apparizione agli apostoli, il rimprovero rivoltogli da Gesù “per la loro incredulità e durezza di cuore”, l’ordine di andare in tutto il mondo a predicare il vangelo, l’annuncio dei segni che avrebbero accompagnato “quelli che credono”, l’ascensione di Gesù con tanto di intronizzazione alla destra di Dio e, infine, la partenza e la predicazione degli apostoli.
A far pensare che Marco si chiudesse con il versetto 8 è, inoltre, il brusco passaggio da questo, con l’evidente finale delle donne spaventate, al versetto 9, dove si dice di punto in bianco “resuscitato al mattino”. Infine, nel versetto 19 compare l’espressione “Signore Gesù”, che manca in tutto il resto del vangelo. Chi difende l’originalità del finale lungo fa rilevare che esso non appare unico quanto al contenuto. In altre parole, quasi ogni sua espressione può essere trovata in altri passi neotestamentari. Si tratta, tuttavia, di obiezioni traballanti, visto che l’estensore del passo può benissimo aver tenuto conto del vocabolario di altri scritti.
In sostanza, le conclusioni alle quali è pervenuta la critica riguardo al passo finale del vangelo di Marco affermano che, per quanto antichi, i versetti 9-20 non siano originali.
Rimane un ulteriore dilemma: l’autore intendeva concludere il vangelo al versetto 8 oppure no? La questione rimane controversa. Alcuni studiosi, come detto, pensano che il finale lungo ne abbia sostituito un altro, anche sulla base del fatto che già in precedenza il vangelo di Marco annuncia la resurrezione (4), il che può far ritenere naturale che il testo si chiudesse con le apparizioni del risorto. Rimane tuttavia incontestabile che, secondo molti padri della chiesa, il testo si chiudeva al versetto 8, e questa è l’opinione prevalente tra gli studiosi.(5)
Sembra dunque convinzione pressoché unanime che i versetti 9-20 siano spuri; ecco perché molte Bibbie moderne, pur non omettendo il finale lungo, preferiscono includerlo come nota a piè di pagina o come appendice al finale breve. In Italia, viceversa, il passo controverso viene sempre inserito nel testo come se niente fosse, seppur accennando al problema in una nota seminascosta (come fa prevedibilmente la cattolica Bibbia CEI).
Per minimizzare il problema della parola divina sbeffeggiata da qualche antico copista, da parte cattolica ci si affanna a sottolineare che, comunque, ormai il finale lungo è entrato nella tradizione e, soprattutto, che nessuna dottrina cristiana si basa su di esso. Tale giustificazione, tuttavia, non regge; quel che conta, infatti, non è se l’alterazione intacchi o meno il valore del vangelo e della teologia cristiana, ma il fatto che questi testi, ritenuti ispirati, sono stati in realtà ritoccati a più riprese e impunemente, il che dimostra come essi siano opera di mani umane e nient’affatto divine, che li redassero con fini palesemente propagandistici, se non mistificatori.
Dulcis in fundo, come non far rilevare ancora una volta l’ipocrisia di una chiesa che, mentre nel Concilio di Trento dichiarò “parola di Dio” il finale lungo, oggi afferma che i cattolici non sono tenuti a credere che esso sia opera di Marco?

[1]. Marco 16:1-20.
[2]. Esistono anche finali alternativi (come nelle versioni director’s cut di alcuni film). La Bibbia UTET segnala ad esempio alcune versioni copte, etiopiche e latine che, al posto del finale lungo, scrivono: “Esse annunziarono in breve a Pietro e a quelli che erano con lui tutte le cose che [Gesù] aveva loro annunciato. Dopo di ciò, Gesù inviò da oriente fino all’occidente, per loro mezzo, la santa e incorruttibile predicazione dell’eterna salvezza”.
[3]. Tra quanti alludono al passo ricordiamo, ad esempio, Ireneo, che cita Marco 16:19 in Contro le Eresie 3.10.5-6, scritto intorno al 185, epoca, tuttavia, nella quale il finale lungo poteva essere stato introdotto da poco. Abbiamo poi Eusebio di Cesarea, che tira in ballo gli scritti di Papia (125 circa-150), secondo il quale Barsabba detto “Giusto” (Atti 1:23) bevve una volta una bevanda velenosa senza subirne alcun effetto negativo; a loro avviso, quest’episodio potrebbe essere stato fornito quale esempio di realizzazione di quanto predice Marco 16:18, ma potrebbe essere vero anche il contrario, e cioè che chi aggiunse il finale lungo si fosse ispirato a Papia! Infine, nello scritto A Marino, Eusebio riferisce che il finale lungo non era presente nei manoscritti “più accurati”: un elemento a favore della loro assenza anche da manoscritti antichi a noi non pervenuti.
[4]. Marco 8:31, 9:9, 9:33, 10:33-34, 14:28, 14:62, etc.;
[5]. A tale riguardo, è opportuno ricordare che la IV edizione del Greek New Testament delle United Bible Societies (1993) definisce “certa” la mancanza dei versetti 9-20 dal manoscritto originale (ammesso che questo sia mai esistito) e che un esperto del calibro di Bruce M. Metzger afferma che “sulla base della buona evidenza esterna e delle forti considerazioni interne, sembra che la più antica forma accertabile del Vangelo di Marco si chiudeva a 16:8” (Bruce M. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, 1975, 1993, pag. 126). Al riguardo, lo studioso prospetta tre possibili scenari: 1) l’autore intendeva concludere il vangelo in quel punto; 2) il vangelo non fu mai completato; 3) per qualche ragione, l’ultimo foglio andò perduto prima che il vangelo fosse riprodotto dai copisti (ipotesi ritenuta più plausibile). Bruce Metzger, morto nel 2007, era un teologo statunitense, esperto del Nuovo Testamento e docente presso il Princeton Theological Seminary; soprattutto, egli è stato uno dei redattori del Nuovo Testamento greco standard della United Bible Societies, punto di partenza per quasi tutte le traduzioni del Nuovo Testamento realizzate negli ultimi decenni.


l'articolo è tratto dal volume
La Commedia Divina
di Giuseppe Verdi


venerdì 27 marzo 2015

Obiezione di coscienza o abuso?

Più che un articolo, quest'oggi vi proponiamo due immagini.
Entrambe provengono dalla provincia di Como e, più esattamente, dall'ambulatorio di un medico di base. La prima è l'avviso esposto dallo stesso medico. La seconda è la lettera affissa da qualcuno accanto all'avviso.
Lasciamo ai lettori ogni giudizio in merito.

"Avviso ai sigg. assistiti. Il vostro medico è obiettore di coscienza, per cui non prescrive la pillola del giorno dopo"