giovedì 15 gennaio 2015

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mercoledì 7 gennaio 2015

Michelangelo
e le chiappe di Dio

di Giuseppe Verdi


Quando, nel 1505, papa Giulio II incaricò Michelangelo di costruire la sua tomba, la cosa non dovette suscitare particolare scalpore. Ben diversa dovette essere la reazione di tutti quando, in un secondo tempo, il pontefice cambiò idea e decise di fare realizzare la nuova basilica di San Pietro.
Michelangelo, che nel frattempo aveva pagato personalmente i marmi di Carrara senza riavere indietro i soldi, se ne infischiò della richiesta papale, tornandosene in Toscana e ignorando i ripetuti inviti a iniziare a dipingere la cappella Sistina. Lo avrebbe fatto, tuttavia, un anno dopo, indotto dal Gonfaloniere Soderini, costretto con la corda al collo.
Ecco, però, la svolta.
Forse per rivalsa, Michelangelo cambiò completamente atteggiamento e, dall'iniziale ritrosia, passò a gettarsi a capofitto nella nuova impresa, determinato ad andare ben oltre le richieste di Giulio II. L'artista, infatti, avrebbe dovuto ritrarre solo i dodici apostoli e alcuni disegni decorativi. Invece, chiese e ottenne di decorare l'intero soffitto.
Perché?
Per rispondere, è necessario fare un passo indietro e ritornare sul Giudizio Universale.
In primo luogo, Michelangelo non voleva alcuna limitazione e, a tal fine, bisognava rimuovere qualsiasi forma d'ingerenza. Ecco perché egli dipinse l'intero arco della Sistina completamente da solo.
In secondo luogo, c'era la questione della tremenda rivalità con alcuni colleghi, a cominciare da Bramante, che costruì per Michelangelo un'impalcatura sospesa in aria per mezzo di funi. Michelangelo, tuttavia, temendo qualche tiro mancino (anche per la sua incolumità fisica!), preferì farsi un'impalcatura tutta da sé. Inoltre, egli colse l'occasione per farsi beffe dei suoi gelosi rivali, inserendo tra gli affreschi i loro ritratti. Biagio di Cesena, ad esempio, fu raffigurato con le orecchie d'asino.
Con il “giudizio”, tuttavia, Michelangelo si tolse soprattutto lo sfizio di mettere alla berlina la religione e quegli stessi poteri religiosi che gli avevano conferito l’incarico. Non per niente, una parte del clero sostenne che l'opera fosse un autentico insulto al sentimento religioso, vista la presenza di tanti corpi senza veli, e Carafà, capo dell'inquisizione, arrivò a definirlo “un bordello di nudi”.
Con questa chiave di lettura, è impossibile non vedere una violenta (e furba) critica religiosa da parte di Michelangelo, camuffata sotto la copertura dell'opera d'arte. Come non immaginare l’artista che se la ride sotto i baffi nel vedere il papa approvare quel capolavoro non solo d’arte, ma anche (e soprattutto) di autentica presa per i fondelli nei confronti dell’intero mondo cattolico?
Al di là delle interpretazioni, infatti, non v’è dubbio che a Michelangelo furono approvate tutte quelle “sconcezze”, compresa la più clamorosa: effigiare Dio con le chiappe al vento e, per giunta, con tanto di imprimatur papale.
Una “cristianaggine” estremamente sottile, della quale saremo eternamente grati al grande artista.



domenica 4 gennaio 2015