sabato 28 novembre 2015

LA PORTENTOSA SPINA DI ANDRIA

di Giuseppe Verdi

Tra le reliquie di Gesù (o pretese tali), le spine della corona sono tra le più note e diffuse.
Una sorta di censimento realizzato dall’architetto francese Charles Rohault de Fleury nel 1870 (Mémoire sur les Instruments de la passion de N.S.J.-C.) ne contava circa 200. Oggi, siamo giunti alla ragguardevole quota di 2.283, delle quali 995 in Italia, secondo uno studio recente (A. Menna, La corona di spine e le sue reliquie, 2012).
Troppe, oggettivamente, tanto da far pensare che sul capo del povero aspirante messia fosse stato collocato non un rametto di spine, ma un intero roveto, che doveva dargli un aspetto piuttosto branduardiano. È una situazione non dissimile da quella di un’altra famosa reliquia, vale a dire il latte della madonna, sparso a candidi fiumi nelle chiese cristiane in una quantità di boccette talmente elevata da far esclamare a Bernardino da Siena, secoli or sono, “e che? Era forse una vacca la Vergine Santissima?
Altra stranezza, per quanto essa accomuni tutte le reliquie di Gesù, è poi il fatto che delle spine non si abbiano le prime notizie se non in epoca medievale, come se fossero saltate fuori dal nulla.
Tra le spine più famose, quella di Andria, che proprio oggi, sabato 28 novembre, è stata oggetto di uno speciale mattutino su Rai2. Giunta nella cittadina pugliese nel 1308, dono della principessa Beatrice d’Angiò, la spina apparteneva alla casa reale di Francia e presumibilmente faceva parte dell’intera corona di spine che re Luigi IX aveva acquistato dall’imperatore di Costantinopoli Baldovino II.
Questa spina è nota per il suo “strano” comportamento, osservato per la prima volta il 25 marzo del 1633. Per l’esattezza, le macchie violacee che ricoprono la spina si ravvivano, diventando di “fresco sangue”. Il miracolo, tuttavia, non si ripete ogni anno (come fa invece il plasma del precisissimo san Gennaro), ma solo quando il 25 marzo (giorno dell’annunciazione) coincide con il venerdì santo. L’ultima volta è stato nel 2005, occasione nella quale una commissione di medici e di altri osservatori rilevarono la comparsa di un “piccolo rigonfiamento di colore rosso rubino”, poi di un piccolo bozzo rosso e, infine di “piccole granulazioni biancastro-lanuginose”.
Miracolo o no? Non è questo il punto, tanto più che chi scrive, da “miscredente”, non potrebbe che rispondere negativamente. Quel che mi chiedo, invece, è come mai questa reliquia, nelle sue pretese manifestazioni “miracolose”, sia tanto autoreferenziale. Perché mai, invece di indulgere in siffatte performance cromatiche, la spina non ferma (ad esempio) la mano di qualche terrorista, o blocca qualche terremoto o, magari, evita che tanti bambini si prendano un tumore o muoiano di fame? Discorso che, detto per inciso, vale anche per il sangue di san Gennaro, che invece di ribollire più volte l’anno per il tripudio osannante del popolo napoletano (sindaco in testa), potrebbe fare qualcosa per migliorare le condizioni di quella città.
Tutto questo, però, è accademia e, probabilmente, trascura l’imperscrutabilità delle infinite vie dell’altissimo. A quanto pare, nemmeno la sacra spina di Andria riesce a pungolarlo nell’orgoglio.

lunedì 15 giugno 2015

Danze della pioggia cristiane

di Rodica Vasile

I preti moldavi invocano la pioggia nelle preghiere, un giorno prima dalle abbondanti precipitazioni preannunciate dai meteorologi.
La siccità delle ultime settimane ha indotto i vertici del vescovato Moldavo e della Bucovina a mandare una circolare chiedendo ai preti di recitare “preghiere specifiche per invocare la pioggia, durante la messa di domenica 13 giugno”.

E' stato chiesto altresì che “specialmente nelle zone rurali siano fatte le processioni con le reliquie affinché Dio mandi l’acqua benedetta in terra.”
Tutto ciò non prima di guardare in tempo e con attenzione le previsioni meteo. Infatti, secondo la prognosi meteo del sito accuweathwer.com, per le giornate di 14 e 15 giugno, per quella zona sono previsti temporali con precipitazioni abbondanti.
Speriamo nessuno reciti un paio di preghiere di troppo…

mercoledì 10 giugno 2015

La bufala di Medjugorje continua…

di Laura Fezia

Tutti i quotidiani, cartacei e online, riportano la notizia secondo la quale il papa avrebbe sconfessato Medjugorje: ciò non corrisponde del tutto a verità. Da buon gesuita, Ciccio 1° ha detto e non detto, ha parlato genericamente di “veggenti” senza mai citare, in particolare, quelli della Bosnia-Erzegovina, adducendo argomenti che per noi eretici/miscredenti hanno il sapore della scoperta dell’acqua calda (non avevamo bisogno che arrivasse lui a dire che una “madonna” che appare a comando in ore e luoghi prestabiliti, o invia lettere e, aggiungo io, messaggi che sembrano lezioncine di catechismo anni ’50, puzza di bufala lontano chilometri). Ma le cose per far calare definitivamente il sipario sulla truffa del secolo (scorso e attuale) non sono così semplici. Non basta, infatti, un’omelia pontificia per riconoscere o non riconoscere un’apparizione (presunta) mariana: occorre un documento ufficiale stilato dal Sant’Uffizio (pardon: ora si chiama “Congregazione per la dottrina della Fede”) che dichiari il canonico «Constat (o Non constat) de supernaturalitate» ossia il riconoscimento, da parte di santaromanachiesa, che si tratta o non si tratta di un fatto soprannaturale. Arriverà, non arriverà e da cosa dipenderà? Da quanta parte della torta l’organizzazione capitanata dai veggenti sarà disposta a dividere con la Chiesa cattolica: quello di Medjugorje è un affare che rende miliardi. In quest’ottica, l’omelia del papa mi sembra tanto un avvertimento: per il momento non li ha nominati, ha solo descritto una situazione che assomiglia perfettamente a ciò che avviene in Bosnia-Erzegovina. però potrebbe sempre farlo in seguito.... a buon intenditor....
Di certo, i bravi cattolici, soprattutto coloro che avevano già prenotato un viaggetto per andare a vedere la madonna e le due veggenti che con lei continuano ad avere il filo diretto (SOB!!!), da stamattina vivranno nel dubbio: dare retta al tanto osannato papa Francesco o ai tour operator della spiritualità?
Se mai la Congregazione per la dottrina della Fede dichiarerà il «Non constat de supernaturalitate», il business dei pellegrinaggi crollerà: rimarrà uno zoccolo duro di fanatici, ma quei pochi non faranno cassa… a meno che i veggenti, maestri nell’arte dell’intortare la gente, non tirino fuori qualche coniglio dal cilindro: non dimentichiamo che ci sono pur sempre 10 segreti da rivelare e che la "madonna" ha detto (non ricordo l’anno, ma era ancora vivo Wojtyłasantosubito) che quando smetterà di apparire a Medjugorje, inizieranno a manifestarsi segni, ammonimenti e compagnia cantante, preludio della fine del mondo e dell’ira di Dio!
Il sipario su Medjugorje non è ancora calato: ci aspetta una lunga stagione di altri, più strabilianti effetti speciali, che faranno accorrere folle oceaniche sulla collina del Podbrdo o in altro luogo a scelta dei veggenti a seconda della convenienza del momento.

Laura Fezia è nata, vive e lavora a Torino, dove da più di trent’anni si interessa e si occupa della divulgazione delle tematiche acquariane. Studiosa del “mistero”, amante degli animali, della sua "magica" città e di cronaca giudiziaria, scrittrice e insegnante di tecniche per il riequilibrio energetico, è impegnata nel diffondere l’autentico significato dell’Età dell’Acquario, liberandolo dalle troppe esasperazioni e dagli innumerevoli fanatismi che sempre più spesso creano situazioni di pericolosa disinformazione.
Autrice di numerosi libri, l'ultimo dei quali è IL GIRO DI TORINO IN 501 LUOGHI (Newton Compton, 2014), non una tradizionale guida turistica, ma un prezioso alleato che accompagnerà in un giro un po’ insolito chi desidera visitare la città e, oltre alla Storia, sia nota, sia sconosciuta, coglierne i colori, le vibrazioni, le sfaccettature per comprenderne la grande anima, quella che la sorprendente Torino rivela solo a chi impara ad amarla

lunedì 20 aprile 2015


A volte ritorna...
La sindone, ovvero la sagra della creduloneria

di Giuseppe Verdi

E finalmente, ostensione fu.
Oggi, 20 aprile 2015, ha avuto inizio la nuova, attesissima esposizione del “sacro sudario”, che periodicamente viene riproposta al mondo con precisione addirittura superiore a quella della pur volenterosa vergine di Medjugorje.
La kermesse è stata aperta ieri pomeriggio nel Duomo di Torino dal cardinale Poletto e concelebrata con i Vescovi delle diocesi di Piemonte e Valle d’Aosta (comprensibile, visto che per spiegare e ripiegare un lenzuolo di quelle dimensioni serve sicuramente una mano d’aiuto).
Tra le “personalità” presenti alla “anteprima” mattutina, da segnalare l’amministratore delegato della FIAT, Sergio Marchionne, il sindaco Fassino, il presidente della Provincia, il governatore della Regione Piemonte, il procuratore capo di Torino e così via, tutti a sfilare genuflessi sotto l’artefatto, evidentemente in omaggio alla laicità del nostro paese. Rivolgendosi a loro, il cardinale Poletto ha affermato: “I frutti che auspico da questa ostensione sono la conversione del cuore e l’aiuto concreto offerto agli altri. Se essa farà migliorare la vita sociale e civile della città, ecco che avremo ricevuto la grazia più grande che potevamo attenderci”.
Ci sfugge, tuttavia, il nesso tra un lenzuolo medievale e il miglioramento della vita dei torinesi...
Alla retorica di questi giorni non si è sottratta, ovviamente, la stampa. Il meglio, probabilmente, è stato raggiunto oggi, con l’articolo di Aldo Cazzullo pubblicato dal Corriere della Sera, nel quale ci tocca leggere che “la verità sulla Sindone non esiste, ma è un simbolo dell’identità locale e nazionale. Anche per l’Italia uscita sfibrata, ma non vinta, dalla crisi”.
Come ha sottolineato il mio amico Giuseppe Bruzzone, socio UAAR, “forse uno dei momenti più bassi del giornalismo e della politica italiana recenti: la Sindone proclamata simbolo di “identità nazionale” e dell’esigenza di “ricostruire” e rivendicare le “radici”. Il fatto che siano attribuite tali caratteristiche catartiche a un dubbio manufatto medievale, promosso per suscitare un'adorazione acritica, non depone a favore della “identità” italiana, che si vorrebbe costruire intorno al tradizionalismo e al confessionalismo.
Più che altro, la sindone andrebbe additata più correttamente come simbolo dello sfruttamento della creduloneria popolare.
Ciò detto, non appare superfluo ricordare, a chi ancora sostenesse che la sindone è il lenzuolo che avvolse il corpo di Gesù, che la sua storia è nota solo a partire dal XIV secolo, mentre sui secoli precedenti e sulle sue origini regna il buio più totale.
Il dibattito sull’autenticità della Sindone è antico, ma ha assunto toni epici alla fine del XIX secolo, da quando la reliquia è stata fotografata per la prima volta. Da allora, sono stati eseguiti numerosi studi scientifici, ma, a dispetto di esiti quasi sempre molto chiari, ne è seguito un ulteriore inasprirsi della diatriba tra quanti sostengono che la Sindone sia una reliquia e quanti la ritengono invece una raffigurazione artistica. Ciascuna parte, peraltro, critica puntualmente e con asprezza l’operato e i pronunciamenti dell’altra, in uno scontro che, purtroppo, spesso esula dall’ambito meramente scientifico e si sposta sul piano della fede.
Come fa furbamente per tutte le reliquie, la chiesa cattolica si guarda bene dal prendere una posizione ufficiale anche in merito alla “autenticità” della Sindone, lasciando però che i fedeli la venerino; atteggiamento costantemente ambiguo e opportunistico, anche se alcuni papi, come Pio XI e lo stesso Giovanni Paolo II, si sono espressi a chiare lettere a favore dell’autenticità.
Chi cita questi pronunciamenti “illustri” dimentica però di ricordare un piccolo particolare. Esiste infatti un memoriale del 1389, scritto dal vescovo Pierre d’Arcis e indirizzato al papa Clemente VII, nel quale il prelato rivela che il suo predecessore, Henri de Poitier, aveva contestato la pretesa del decano, vale a dire presentare il lenzuolo come “vero” per fini di lucro; soprattutto, però, il vescovo spiegava che un’indagine aveva addirittura portato a scoprire il falsario, che aveva confessato l’origine umana del telo. E poiché lo stesso d’Arcis si trovò a dovere intervenire quando anche il nuovo decano volle esporre la Sindone, nel 1390 papa Clemente VII decretò che, ogniqualvolta il telo fosse esposto, fosse imperativo dire “ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario”.
A oltre sei secoli di distanza, appare facile affermare che i recenti esami condotti sulla Sindone sembrano dare ragione al vescovo e a papa Clemente, a cominciare dal test eseguito sul presunto sangue nel 1973 da una commissione presieduta dal cardinale Pellegrino, esame che ha dato esito negativo, così come quello svolto dal microanalista Walter McCrone, che ha individuato ‑al di là di ogni ragionevole dubbio‑ la presenza sul telo di tracce di alizarina, cinabro e ocra rossa: in parole povere, tempera rossa! D’altra parte, anche se fosse dimostrato che si tratta di sangue umano, questo non significherebbe certo che l’uomo immortalato sul lenzuolo sia Gesù.
I risultati di queste analisi, dunque, suggeriscono che la Sindone sia opera di un artista; un’ipotesi corroborata sia dalle dichiarazioni del vescovo d’Arcis (che parlò appunto di “raffigurazione artistica”) che dalla completa assenza di notizie sul telo fino al XIV secolo. Che la Sindone risalga a un’epoca recente, del resto, lo ha confermato l’esame del carbonio 14, eseguita in contemporanea da ben tre laboratori indipendenti (Oxford, Tucson e Zurigo) nel 1988. L’esito è stato inappellabile: la Sindone risale a un momento compreso nella “forchetta” 1260-1390, peraltro pienamente compatibile con la sua prima apparizione.[1]
Naturalmente, da parte cristiana si sollevarono immediatamente obiezioni e critiche, provenienti soprattutto dai vari “sindonologi” che continuavano (e continuano tuttora) a difendere l’autenticità del lenzuolo. Purtroppo, quel che le loro “scoperte” dimostrano è soprattutto un incrollabile “bisogno di credere”, come se il vero scopo di questi ricercatori non fosse il desiderio di appurare la verità scientifica, quanto la verità “di fede”, vale a dire dimostrare a tutti i costi ‑e con ogni forzatura‑ che l’uomo raffigurato nella Sindone sia Gesù.
Un’improbabile “prova” dell’antica origine della Sindone è stata cercata, ad esempio, nella tipologia di tessitura del lenzuolo, detta “a spina di pesce”. Se, infatti, in Medio Oriente sono stati ritrovati orditi di questo tipo, risalenti anche all’epoca di Gesù, ne esiste anche un esemplare realizzato in Europa in epoca medievale, con un intreccio identico a quello della Sindone e, per di più, risalente proprio al XIV secolo.
Nelle fibre, inoltre, sono state rinvenute tracce di cotone, circostanza che ha fatto gridare qualcuno alla provenienza palestinese del telo, dato che all’epoca di Gesù il cotone era coltivato nel Vicino Oriente, ma non in Europa. Questo, però, significa forzare i dati e insistere sull’assioma ‑privo di fondamento‑ che la Sindone risalga al I secolo. Altrettanto valida (se non di più) è infatti anche l’ipotesi che essa sia stata tessuta con il cotone in Europa e in epoca medievale, possibilità oltretutto pienamente supportata dall’esito dell’esame del carbonio 14.
Un altro elemento al quale i credenti si appellano quale “prova” dell’antichità della reliquia è la presunta presenza, su di essa, di pollini appartenenti a specie vegetali specifiche dell’area palestinese e mediorientale. Peccato che, dopo la morte dell’autore di quegli esami, il criminologo svizzero Max Frei Sulzer, avvenuta nel 1983, sul suo lavoro siano piovute pesanti critiche, nonché sospetti di manipolazione dei campioni. In ogni caso, gli studiosi si sono divisi tra quanti concordano con gli esiti delle analisi di Frei e quanti ne dissentono. Come dire che, quando c’è di mezzo la fede, anche un risultato che dovrebbe essere incontestabile diventa soggettivo e incredibilmente aperto alle più diverse interpretazioni!
Da parte nostra, anche riguardo all’analisi dei pollini, riteniamo necessario ricordare che l’esame del carbonio 14 attribuisce alla Sindone un’origine non anteriore al XIV secolo e che, in ogni caso, la presenza di pollini tipici dell’area palestinese indicherebbe solo un temporaneo passaggio del telo in quelle zone e nulla più.
In tempi recenti, un esempio tipico di come certi scienziati facciano prevalere su tutto le “ragioni del cuore” è stato la pretesa presenza di monete di epoca romana sugli occhi del cadavere (forse per tenere chiuse le palpebre). Lo sostengono l’anatomopatologo Pierluigi Baima Bollone e l’informatico Nello Balossino, che hanno anche tentato di identificare le monete come risalenti ai primi anni 30. Il gesuita Francis Filas si è spinto addirittura a ipotizzare che queste presunte monete siano state coniate da Ponzio Pilato negli anni 29-32!
Ovviamente, per questi “sindonologi”, i risultati dell’esame del carbonio 14 sarebbero inattendibili, né essi contemplano la (plausibilissima) ipotesi che un falsario o artista medievale avrebbe potuto benissimo lasciare l’impronta di una moneta romana sul telo per rendere la sua opera più credibile.
Fortunatamente, a chiudere ogni polemica e ogni azzardata illazione circa il caso delle monetine intervenne Luigi Gonella, fisico del Politecnico di Torino (ma soprattutto consulente scientifico del cardinale Ballestrero), che rilasciò queste dichiarazioni:

Quella della Sindone è un’immagine il cui dettaglio più piccolo, macchie di sangue escluse, è di mezzo centimetro. Come le labbra. Appare quindi molto, molto incongruente che esistano dei dettagli dell’ordine di decimi di millimetro come le lettere sulle monete. Ma si sa: a forza di ingrandire, si finisce per vedere anche quello che non c’è. Sono soltanto loro, i cosiddetti sindonologi, a scagliarsi contro il Carbonio-14. Nel campo scientifico, fisico, chimico, non c’è nessuno che abbia il minimo dubbio. Nemmeno io. Il sudario risale al medioevo”.

In altre parole, la definizione (o “risoluzione”) minima delle immagini fotografiche della Sindone più recenti a nostra disposizione è di mezzo centimetro, per cui risulta impossibile identificare particolari così piccoli; le “monete”, pertanto, sarebbero solo frutto di illusioni ottiche, che inducono i ricercatori più entusiasti (o interessati) a vedere quello che si aspettano di vedere.

NOTE
1) Lo stesso cardinale Ballestrero, che seguì le prove di radiodatazione, accettò di buon grado l’esito: “Penso non sia il caso di mettere in dubbio i risultati. E nemmeno il caso di rivedere le bucce agli scienziati se il loro responso non quadra con le ragioni del cuore”.





Il testo dell'articolo è tratto in gran parte
dal volume "Santi Pezzi",
di Giuseppe Verdi
editore Tempesta


Questa destra “cristiana” che ci impoverisce.
Caccia al “mi piace” su Facebook

di Ilaria Del Grasso

Io, poi, questa Destra politica non la capisco proprio, scusate…
Notoriamente i partiti di destra si preoccupano di politiche aziendali e famiglie ricche. Questo si sa. Di certo, il problema della destra non sono affatto i diritti dei lavoratori -se non, al massimo, quando può ridurglieli-, non riuscendo a “capacitarsi” (lo sanno benissimo, ma fanno finta di nulla) che è proprio la politica, in generale, il peso maggiore che grava sulle aziende e non di certo lo stipendio dell’operaio o dell’impiegato. Oppure la destra politica si avvicina al mondo del lavoro subordinato quando deve comprare voti; trovare un’occupazione a un disperato “presso l’amico” industriale, poi, mi fa guadagnare un consenso a vita.
Questa cosa “strana” di migliaia di “mi piace” sui politici (anche in regione) e sulle loro famiglie potete trovarla nei social network anche quando postano una “puzzetta”. È il coro degli assetati che “hanno bevuto grazie a...”, che non velatamente mostrano tutta la sua “riconoscenza” (è un modo di “leccare il culo” con il pc).
Confindustria o Confartigianato, di certo, non riuniranno mai -statene certi- i loro iscritti in una generale sommossa post-industriale per fare in modo che più nessuno paghi le tasse. E quando mai! Come potrebbe? Chi è, poi, che riesce a lavorare senza un appalto “politico”? Senza un lavoro “con gara”? La politica fa e la politica toglie. E, oltre a toglierti la libertà di scelta, ti chiede anche la mazzetta per lavorare in quell’appalto (o di far lavorare un amico nella tua ditta, visto che “ti ha aiutato prima”).
Bene. Mi sembra che il quadro generale “fili”.
Ora, mi chiedo perchè ‘sti “politici di destra” si preoccupino così tanto di quello che dice il Papa, che è il maggiore sponsor della “povertà sotto casa tua” (la nostra, perchè lui e la sua corte vivono arroccati in un palazzo e, se gli altri muoiono, “chissene”).
Voglio dire: perchè non hai più “spirito di carità” verso la famiglia che sta male, a basso reddito, o verso il poveraccio del “tuo condominio italiano”?
L’operario italiano, il cassiere, l’impiegato... se pagato di più, compra di più e l’economia si risana.
E anche la commessa non fa la spesa al discount.
Magari, con il tempo, quella commessa, la borsa da 2000 euro te la compra anche lei, nel tuo negozio di marchio. E non sempre lo snob che viene dalla Russia o da Dubai, con il portafoglio pieno di soldi e la puzza sotto il naso, oppure il figlio di papà sotto casa. Raro, ma ancora colonna salda della nostra ignoranza come genitori.
Che ce ne frega dell’armeno, dell’ebreo, del cristiano che rompe i coglioni al musulmano facendo concorrenza religiosa a “casa sua” e si lamenta se poi gli arriva una bomba? Che cosa gliene frega?
Ve lo ricordate, vero, che in Vaticano c’è una Banca? Ve lo ricordate, vero, che i “preti” mantengono i vostri segreti, anche se uccidete o derubate qualcuno? Ve lo ricordate che il sistema chiesa vive di “oboli”, offerte spontanee e ingenti finanziamenti dello Stato Italiano con il “nostro culo di lavoratori”?
Bene. Fatevelo tatuare. E quando entrate a far parte di un partito, chiedete LAICITA'. Così la smetteremo di finanziare guerre sociali e “fancazzisti” al governo. E anche le famigliole del Mulino Bianco, che piazzano i figli in consiglio comunale come se noi, lo stato, fossimo la loro “azienda”, la loro “grande famiglia” su cui attaccarsi come parassiti...Magari non smetterete di andare a messa, neanche di mettere “mi piace” sul politico che qualche anno fa “vi ha dato un lavoro”. Ma magari smetteremo di piangere perchè ci stiamo impoverendo di tutto e non costringeremo nessuno a dire “dategli le brioche” quando ci verrà voglia di andare a casa di un politico arricchito e “tagliargli la testa”.

Ilaria Del Grasso #Boccaccia

lunedì 30 marzo 2015

Il vangelo di Marco e il finale che non c'era

di Giuseppe Verdi



Il vangelo di Marco, come sappiamo, è il più breve dei quattro canonici, in quanto consta di soli sedici capitoli, di cui l’ultimo, il sedicesimo, così recita:

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?”. Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.
Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano” (1)

Se abbiamo evidenziato i versetti finali, quelli da 9 a 20, non è un caso. Si tratta infatti di un finale aggiunto, non originale, come riconosce la stessa chiesa e come ammettono tutte le odierne versioni della Bibbia, pur includendolo nel testo. Siamo dunque in presenza di uno dei più clamorosi esempi di alterazione testuale del Nuovo Testamento, ben nota agli studiosi, ma totalmente sconosciuta ai credenti.
Riguardo alla natura di quei dodici versetti, alcuni studiosi ritengono che si tratti di un’aggiunta successiva e, quindi, che il testo primitivo finisse al versetto 8. Altri, invece, sostengono che i versetti in questione abbiano sostituito un diverso finale originario.(2)
Nella prima ipotesi, il finale che oggi leggiamo sarebbe stato fabbricato per armonizzare Marco agli altri canonici e rimediare all’assenza della resurrezione e dell’ascensione, ma soprattutto per sostenere la visione paolina secondo cui la fede in Gesù andava predicata anche presso i pagani; esso, infatti, contiene la formula classica “andate e predicate il vangelo a tutte le genti”. Nella seconda ipotesi, invece, non è arduo asserire che il finale originale sia stato eliminato perché contraddiceva i racconti dell’ascensione presenti negli altri vangeli.
Nell’uno o nell’altro caso, quello che appare certo è che il cosiddetto finale lungo (vale a dire gli ultimi dodici versetti dell’attuale versione di Marco) sia una fabbricazione successiva, realizzata e inserita nel vangelo in un secondo tempo. Su quali motivazioni si basa questa conclusione, accolta ormai quasi unanimemente? Innanzitutto, i dodici versetti incriminati mancano nei due più antichi manoscritti greci completi, Sinaiticus e Vaticanus, entrambi risalenti al IV secolo; quantunque il passo sia contenuto nella stragrande maggioranza dei manoscritti greci, infatti, gli studiosi tengono in altissima considerazione Sinaiticus e Vaticanus, proprio perché si tratta dei manoscritti greci completi più antichi oggi disponibili. In secondo luogo, se è vero che il passo sembra richiamato da alcuni padri della chiesa, esso, per contro, manca nelle citazioni di altri (ad esempio Clemente di Roma, Clemente d’Alessandria, Origene e Gerolamo).(3)
Oltre che sulla presenza o assenza del finale lungo nei manoscritti e nelle citazioni patristiche, le questioni riguardanti la sua autenticità sono incentrate su aspetti linguistici e stilistici, che mal si conciliano con il resto del vangelo. In primis, appare curioso che, nell’arco di dodici versetti vengano condensati la resurrezione, l’apparizione a Maria Maddalena, l’annuncio di quest’ultima ai seguaci, la loro incredulità, l’apparizione di Gesù a due di loro, la rinnovata incredulità di costoro, l’apparizione agli apostoli, il rimprovero rivoltogli da Gesù “per la loro incredulità e durezza di cuore”, l’ordine di andare in tutto il mondo a predicare il vangelo, l’annuncio dei segni che avrebbero accompagnato “quelli che credono”, l’ascensione di Gesù con tanto di intronizzazione alla destra di Dio e, infine, la partenza e la predicazione degli apostoli.
A far pensare che Marco si chiudesse con il versetto 8 è, inoltre, il brusco passaggio da questo, con l’evidente finale delle donne spaventate, al versetto 9, dove si dice di punto in bianco “resuscitato al mattino”. Infine, nel versetto 19 compare l’espressione “Signore Gesù”, che manca in tutto il resto del vangelo. Chi difende l’originalità del finale lungo fa rilevare che esso non appare unico quanto al contenuto. In altre parole, quasi ogni sua espressione può essere trovata in altri passi neotestamentari. Si tratta, tuttavia, di obiezioni traballanti, visto che l’estensore del passo può benissimo aver tenuto conto del vocabolario di altri scritti.
In sostanza, le conclusioni alle quali è pervenuta la critica riguardo al passo finale del vangelo di Marco affermano che, per quanto antichi, i versetti 9-20 non siano originali.
Rimane un ulteriore dilemma: l’autore intendeva concludere il vangelo al versetto 8 oppure no? La questione rimane controversa. Alcuni studiosi, come detto, pensano che il finale lungo ne abbia sostituito un altro, anche sulla base del fatto che già in precedenza il vangelo di Marco annuncia la resurrezione (4), il che può far ritenere naturale che il testo si chiudesse con le apparizioni del risorto. Rimane tuttavia incontestabile che, secondo molti padri della chiesa, il testo si chiudeva al versetto 8, e questa è l’opinione prevalente tra gli studiosi.(5)
Sembra dunque convinzione pressoché unanime che i versetti 9-20 siano spuri; ecco perché molte Bibbie moderne, pur non omettendo il finale lungo, preferiscono includerlo come nota a piè di pagina o come appendice al finale breve. In Italia, viceversa, il passo controverso viene sempre inserito nel testo come se niente fosse, seppur accennando al problema in una nota seminascosta (come fa prevedibilmente la cattolica Bibbia CEI).
Per minimizzare il problema della parola divina sbeffeggiata da qualche antico copista, da parte cattolica ci si affanna a sottolineare che, comunque, ormai il finale lungo è entrato nella tradizione e, soprattutto, che nessuna dottrina cristiana si basa su di esso. Tale giustificazione, tuttavia, non regge; quel che conta, infatti, non è se l’alterazione intacchi o meno il valore del vangelo e della teologia cristiana, ma il fatto che questi testi, ritenuti ispirati, sono stati in realtà ritoccati a più riprese e impunemente, il che dimostra come essi siano opera di mani umane e nient’affatto divine, che li redassero con fini palesemente propagandistici, se non mistificatori.
Dulcis in fundo, come non far rilevare ancora una volta l’ipocrisia di una chiesa che, mentre nel Concilio di Trento dichiarò “parola di Dio” il finale lungo, oggi afferma che i cattolici non sono tenuti a credere che esso sia opera di Marco?

[1]. Marco 16:1-20.
[2]. Esistono anche finali alternativi (come nelle versioni director’s cut di alcuni film). La Bibbia UTET segnala ad esempio alcune versioni copte, etiopiche e latine che, al posto del finale lungo, scrivono: “Esse annunziarono in breve a Pietro e a quelli che erano con lui tutte le cose che [Gesù] aveva loro annunciato. Dopo di ciò, Gesù inviò da oriente fino all’occidente, per loro mezzo, la santa e incorruttibile predicazione dell’eterna salvezza”.
[3]. Tra quanti alludono al passo ricordiamo, ad esempio, Ireneo, che cita Marco 16:19 in Contro le Eresie 3.10.5-6, scritto intorno al 185, epoca, tuttavia, nella quale il finale lungo poteva essere stato introdotto da poco. Abbiamo poi Eusebio di Cesarea, che tira in ballo gli scritti di Papia (125 circa-150), secondo il quale Barsabba detto “Giusto” (Atti 1:23) bevve una volta una bevanda velenosa senza subirne alcun effetto negativo; a loro avviso, quest’episodio potrebbe essere stato fornito quale esempio di realizzazione di quanto predice Marco 16:18, ma potrebbe essere vero anche il contrario, e cioè che chi aggiunse il finale lungo si fosse ispirato a Papia! Infine, nello scritto A Marino, Eusebio riferisce che il finale lungo non era presente nei manoscritti “più accurati”: un elemento a favore della loro assenza anche da manoscritti antichi a noi non pervenuti.
[4]. Marco 8:31, 9:9, 9:33, 10:33-34, 14:28, 14:62, etc.;
[5]. A tale riguardo, è opportuno ricordare che la IV edizione del Greek New Testament delle United Bible Societies (1993) definisce “certa” la mancanza dei versetti 9-20 dal manoscritto originale (ammesso che questo sia mai esistito) e che un esperto del calibro di Bruce M. Metzger afferma che “sulla base della buona evidenza esterna e delle forti considerazioni interne, sembra che la più antica forma accertabile del Vangelo di Marco si chiudeva a 16:8” (Bruce M. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, 1975, 1993, pag. 126). Al riguardo, lo studioso prospetta tre possibili scenari: 1) l’autore intendeva concludere il vangelo in quel punto; 2) il vangelo non fu mai completato; 3) per qualche ragione, l’ultimo foglio andò perduto prima che il vangelo fosse riprodotto dai copisti (ipotesi ritenuta più plausibile). Bruce Metzger, morto nel 2007, era un teologo statunitense, esperto del Nuovo Testamento e docente presso il Princeton Theological Seminary; soprattutto, egli è stato uno dei redattori del Nuovo Testamento greco standard della United Bible Societies, punto di partenza per quasi tutte le traduzioni del Nuovo Testamento realizzate negli ultimi decenni.


l'articolo è tratto dal volume
La Commedia Divina
di Giuseppe Verdi


venerdì 27 marzo 2015