giovedì 30 ottobre 2014

A li amortacci tua:
Halloween e i cattolici

di Giuseppe Verdi





Osservate le due foto e rispondete
senza riflettere:
quale trovate più ridicola?





Tempo di Halloween, la festa “pagana” tanto invisa ai cattolici doc.
Non molti sanno che Halloween trae le sue origini da ricorrenze celtiche e, per la precisione, dalla celebrazione di All-Hallows-Eve (“vigilia di Ognissanti”), assumendo solo in seguito le forme con cui oggi la conosciamo, a cominciare dalla celebre formula “dolcetto o scherzetto” recitata dai bambini in giro per le strade.
L’atteggiamento cattolico verso Halloween è, come si sa, di aperta condanna. La posizione di santa madre chiesa è sintetizzata nelle parole del numero uno degli esorcisti cattolici, quel padre Amorth di cui ci siamo già occupati: “Festeggiare la festa di Halloween è rendere un osanna al diavolo. Il quale, se adorato, anche soltanto per una notte, pensa di vantare dei diritti sulla persona”.
Una definizione incontestabilmente di elevatissimo contenuto scientifico-antropologico, come del resto tutto ciò che ruota intorno alla visione ecclesiastica della vita e della morale.
Per molte chiese cristiane, e non solo per quella cattolica, le origini di Halloween sono strettamente connesse alla magia, alla stregoneria e al satanismo, con la conseguenza che questa festa determinerebbe l’influsso dell’occulto nella vita delle persone. L’enfasi di Halloween è sulla paura, sulla morte, sugli spiriti, la stregoneria, la violenza, i demoni e il male e soprattutto i bambini ne sarebbero negativamente influenzati. Come se la chiesa non avesse a lungo posto (e continui a porre) l’enfasi sul terrore, sull’inferno, sugli spiriti maligni e su forme di discriminazione al cui confronto Halloween è una festa per educande.
In definitiva, comunque, il cristianesimo condanna la celebrazione di Halloween, ritenendo che il paganesimo e l’occulto siano incompatibili con la fede cristiana.
Proprio ieri, la posizione cattolica su Halloween è stata ribadita da don Aldo Buonaiuto, esorcista e animatore del servizio anti-sette della Comunità Papa Giovanni XXIII, secondo il quale Halloween non è una “semplice carnevalata”, ma “nasconde un disegno tutt’altro che innocente e casuale, un mondo sotterraneo che abbina business e occultismo. Per queste sue origini Halloween è oggi l’anticamera verso qualcosa di ancora più inquietante. Per i seguaci dell’occulto il 31 ottobre sarebbe il capodanno satanico, il giorno più magico dell’anno, propizio per compiere i riti più indicibili”.
Buonaiuto, però, al tempo stesso ha rassicurato i fedeli in merito alla controffensiva: “Abbiamo lanciato da alcuni anni l’iniziativa ‘Holyween’ con cui invitiamo proprio nella notte dei Santi, mentre tanti filtrano con l’horror e con gli zombie, ad affiggere su porte e finestre un’immagine o una luce evocativa dei santi. E poi messe, veglie di preghiera e adorazioni organizzate un po’ su tutto il territorio nazionale da diocesi e parrocchie per esaltare i santi artefici della vittoria del Bene sul Male. Almeno loro hanno il merito di essere persone d’esempio morale esistite davvero e non creature partorite da qualche lontana usanza pagana promotrice delle Tenebre”.
Bravo, Buonaiuto, invitiamo tutti ad affiggere sulle porte qualche santino. Ad esempio, come quelli raffigurati qui a lato.
E, a proposito di Halloween, come non ricordare l’analoga posizione della chiesa nei confronti del maghetto Harry Potter. Papa Ratzinger, infatti, considerava i libri dell’autrice inglese J. K. Rowling “colpevoli di distorcere i valori dei giovani cristiani”. Era ancora cardinale, quando nel 2003 si congratulò con Gabriele Kuby, critica letteraria sua compatriota, per aver scritto il saggio Harry Potter, bene o male?, nel quale la scrittrice afferma che Harry Potter “corrompe il cuore dei giovani, impedendo loro di sviluppare il giusto senso del bene e del male, e quindi di nuocere al loro rapporto con Dio quando questo rapporto è ancora nella fase iniziale”. Nello scambio epistolare, Ratzinger invitava la tizia a inviare una copia del suo saggio a don Peter Fleetwood, ecclesiastico del Vaticano che si era invece mostrato benevolo nei confronti del giovane maghetto, riconoscendogli il merito di spiegare ai ragazzini l’esistenza del conflitto bene-male.
Si comincia con Harry Potter e si finisce con il demonio, ripete da parte sua l’esorcista Amorth, che già in occasione dell’uscita di uno dei film tratti dalla saga vide “la firma del re delle tenebre” nel trionfo commerciale del maghetto e, intervenendo a una trasmissione Rai sul culto del diavolo, ebbe a dire “Harry Potter può portare il ragazzo a compiere opere di magia che danno una possibilità di ingresso a Satana”.
Su posizioni analoghe si trova don Francesco Bamonte, altro noto esorcista: “L’obiettivo di questi film è quello di cercare di indurre negli adolescenti una mentalità vicina all’esoterismo e alla magia” (praticamente proprio come fanno le religioni!). “Tutto questo esclude la fede in Gesù Cristo e la piena fiducia che si ha in Dio” (sai che perdita, aggiungerei). In puro stile cattolico, Bamonte non ha perso neppure l’occasione per tirare in ballo anche in questo contesto le “vittime predilette” dell’ostracismo ecclesiastico: gli omosessuali. Egli ha infatti raccontato che, negli Stati Uniti, dopo avere letto i libri e visto i film di Harry Potter, un ragazzo è diventato gay”. Roba da far impallidire lo stesso Voldemort!



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mercoledì 22 ottobre 2014

venerdì 10 ottobre 2014

“Profezie bibliche”:
c'è chi ancora ci crede...

di Giuseppe Verdi


Secondo la chiesa, la prova della divinità di Gesù risiede, oltre che nei miracoli, nella realizzazione delle profezie dell’Antico Testamento, tanto che i primi scrittori cristiani furono attenti a elencare le “migliaia di passi” nei quali i profeti parlerebbero di Gesù.

Non è quindi un caso se il Nuovo Testamento contiene numerose citazioni dell’Antico e svariate centinaia di allusioni a esso; un evidentissimo sforzo, da parte degli autori, affinché ogni singolo dettaglio della vita di Gesù risultasse puntualmente profetizzato nell’Antico Testamento, a conferma del fatto che l’intero disegno divino era finalizzato fin da principio all’invio del figlio quale strumento di redenzione dell’umanità intera.

Questo colossale lavoro di rilettura dell’Antico Testamento ha dato spesso vita a forzature al limite del grottesco, ma bisogna ammettere che, alla fine, il messaggio è passato: fino a oggi, infatti, i cristiani credono ciecamente che l’Antico Testamento abbia profetizzato la nascita di Gesù da una vergine, le sue origini betlemmite e, soprattutto, ogni particolare della sua passione e della sua morte.

È tuttavia sufficiente scrollarsi di dosso i pregiudizi e (ri)leggere sia i vangeli che quelle presunte profezie con la mente libera dalla cataratta dell’interpretazione tradizionale, per rendersi conto di come stiano veramente le cose. Secondo la nostra chiave di lettura, è infatti necessario capovolgere il normale ragionamento che sta alla base delle profezie messianiche: non sono tali profezie a essersi miracolosamente avverate in Gesù, ma sono stati gli autori dei vangeli –che ben conoscevano le scritture ebraiche‑ a inventare e adattare episodi, frasi e circostanze affinché collimassero alla perfezione con quelle profezie e facessero apparire Gesù agli occhi di tutti come il messia atteso.

Per dirla in maniera più semplice: nessun episodio della vita di Gesù ha avuto luogo in realizzazione di qualche improbabile profezia; al contrario, chi ha scritto i vangeli ha prima scandagliato l’Antico Testamento versetto per versetto, parola per parola e, per ogni potenziale profezia, ha inventato un episodio della vita di Gesù che sembrasse realizzarla, alterando, distorcendo o falsando ogni più piccola indicazione affinché sembrasse identificare in Gesù il preannunciato messia.

Sfortunatamente, in questi loro artifizi letterari gli evangelisti non sono stati particolarmente scaltri: i passi dell’Antico Testamento considerati profetici, infatti, vengono quasi sempre citati fuori dal loro contesto, se non erroneamente, senza alcun imbarazzo nel testimoniare l’impossibile o l’assurdo. Come ebbe a dire assai efficacemente il “miscredente” Thomas Paine,



essi citano qualche insignificante episodio riguardante Gesù, per poi estrapolare una frase da qualche passaggio dell’Antico Testamento, etichettandola come “profezia” dell’episodio prima citato. Quando, però, le parole estrapolate vengono rimesse al loro posto e lette insieme a ciò che precede e a ciò che segue, esse smentiscono l’Antico Testamento



Con le profezie messianiche, dunque, siamo probabilmente nell’ambito biblico nel quale, più di ogni altro, l’immaginazione cristiana decolla ad ali spiegate e la malafede solleva minacciosamente la testa. Qui, più che in qualsiasi altro ambito della dottrina cristiana, manipolazione, falsificazione e menzogna sono i termini che meglio definiscono questa strategia dell’inganno, tesa a dare al testo un significato assai lontano da quello che l’autore originario intendeva attribuirvi; in altre parole, non c’è una sola profezia che sia inequivocabilmente riferibile a Gesù e, fortunatamente, rendersene conto è impresa tutt’altro che ardua, dato che, come ebbe a dire Voltaire, chiunque si prenda la briga di leggere attentamente i passi dell’Antico Testamento considerati profetici, “troverà solo un evidente abuso delle parole e il sigillo della falsità quasi in ogni pagina”. A tal fine, sarà sufficiente individuare nel Nuovo Testamento tutti i passi che si aprono con espressioni del tipo “Come sta scritto…”, passare all’Antico Testamento e trovare il passo citato; ci si renderà conto che non esiste la benché minima possibilità che esso si riferisca a quanto affermato nel Nuovo Testamento.

Per dimostrare dunque l’infondatezza delle cosiddette profezie messianiche, è sufficiente seguire il consiglio di Voltaire e analizzare direttamente i passi che sembrano fornire il sostegno più solido al ruolo messianico di Gesù, per accorgersi che, nelle profezie, l’unica cosa che abbia veramente del miracoloso sono i giochi di prestigio con i quali la chiesa e la teologia riescono gesuiticamente a far vedere il bianco laddove non c’è che nero.

Detto questo, esaminiamo un caso concreto, e quale, se non uno dei passi più celebri (anzi, probabilmente il più celebre), vale a dire Isaia 7-8, noto come “profezia del parto verginale”?

Si tratta della profezia messianica dell’Antico Testamento forse tenuta in maggior conto dagli apologeti, tirata in ballo ad nauseam da preti e credenti quale oracolo messianico di primaria importanza. Sfortunatamente, però, si tratta anche di un valido esempio di quanto gli evangelisti abbiano maltrattato la verità storica.

Il passo in questione fa parte del vangelo di Matteo e tira in ballo un testo di Isaia per dimostrare che Gesù fosse nato da una vergine; il testo “profetico” ripreso dall’evangelista è il seguente: 

Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonato il paese di cui temi i due re. Il Signore manderà su di te, sul tuo popolo e sulla casa di tuo padre giorni quali non vennero da quando Efraim si staccò da Giuda” (Isaia 7:14-17)



Scaltramente, l’autore di Matteo riprende soltanto le prime parole:



Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi” (Matteo 1:23)



In primo luogo, dobbiamo tenere presente il contesto storico in cui si inserisce la pretesa profezia e che salta agli occhi semplicemente leggendo, nel testo di Isaia, qualche versetto prima:



Nei giorni di Acaz figlio di Iotam, figlio di Ozia, re di Giuda, Rezìn re di Aram e Pekach figlio di Romelia, re di Israele, marciarono contro Gerusalemme per muoverle guerra, ma non riuscirono a espugnarla



Da questo passo si deduce che siamo al tempo di Acaz (VIII secolo a.C.), monarca del regno di Giuda, e precisamente nel periodo in cui Israeliti e Aramei (vale a dire il regno di Damasco) mossero guerra a Gerusalemme. Fatta questa premessa, il racconto prosegue riferendo che Dio ordinò a Isaia di esortare Acaz a incontrare i due re avversari, assicurandogli al tempo stesso che sarebbero stati sconfitti; a riprova della fondatezza della sua promessa, Dio dette al re un segno: la nascita di un bambino di nome Emmanuele (che, secondo l’interpretazione ebraica, era discendente del re o dello stesso Isaia).

Al di là del fatto che Gesù non fu mai chiamato Emmanuele, i versetti immediatamente successivi (furbamente ignorati da Matteo) ci forniscono la conferma che la profezia non era certo riferita a lui: “Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonato il paese di cui temi i due re”. È dunque chiaro che il testo di Isaia indica nella nascita di quel bambino il segno tangibile della promessa divina secondo la quale i Giudei avrebbero avuto la meglio nello scontro con Israele e Damasco, cosa che avvenne puntualmente intorno al 730 a.C., anche se non per merito di Giuda ma degli alleati Assiri (ecco il senso della frase “sarà abbandonato il paese di cui temi i due re”). Che capacità profetica, il nostro Isaia! Peccato che buona parte dei suoi pretesi oracoli siano in realtà vaticinia ex eventu, vale a dire predizioni messe per iscritto dopo che i fatti annunciati si erano verificati!

Veniamo adesso alla parte centrale della profezia, vale a dire la vergine e il suo parto prodigioso. Nella Bibbia dei Settanta (traduzione greca dei testi sacri ebraici, realizzata nel III secolo a.C.), il termine ebraico almah, cioé “ragazza”, è stato tradotto in greco come “vergine” [1] e, sulla scia di  quell’errore, l’autore di Matteo inventò la profezia che doveva dare legittimità alla miracolosa nascita di Gesù. In palese malafede, i cattolici continuano a tradurre il termine almah di Isaia con “vergine”, infischiandosene del fatto che, in tutte le altre occasioni in cui esso ricorre nella Bibbia, viene tradotto correttamente come “fanciulla”.

Gli studiosi sostengono che, se davvero l’autore di Isaia avesse inteso riferirsi a una vergine, avrebbe usato un termine ebraico assai più consono, vale a dire bethulah. Qualcuno suppone altresì che “concepirà un figlio” vada tradotto in realtà “è con un figlio”, formulato al presente, a dimostrazione del fatto che la profezia riguarda una fanciulla vissuta al tempo di Isaia; altri ancora sostengono che “concepirà” sia stato tradotto da harah, che in realtà significa “ha concepito”, essendo il tempo perfetto della lingua ebraica, che, in italiano, rappresenta un’azione passata e completata.

Al di là di ogni considerazione di natura linguistica e interpretativa, comunque, è lo stesso testo di Isaia che, alla fine, ci fornisce la spiegazione più ovvia, vale a dire che il bambino di cui si annuncia la nascita era il segno con il quale Yahweh prometteva ad Acaz la vittoria militare; nel seguito del passo, infatti, Isaia stesso identifica la fanciulla come una sua contemporanea, quando scrive:



Poi mi unii alla profetessa, la quale concepì e partorì un figlio. Il Signore mi disse: “Chiamalo Mahèr-salàl-cash-baz, poiché, prima che il bambino sappia dire babbo e mamma, le ricchezze di Damasco e le spoglie di Samaria saranno portate davanti al re di Assiria



Si tratta senza alcun dubbio del bambino oggetto della profezia, visto che alla sua nascita viene nuovamente collegato l’annuncio di sventura per Israele e Damasco. Il passo di Isaia, dunque, non profetizza alcun parto verginale, ma parla di una (normalissima) almah rimasta (normalissimamente) incinta ben sette secoli prima di Gesù e che ha già partorito; la conclusione è che nessuna interpretazione, se non una forzatura, può consentire di prendere in considerazione un evento risalente all’VIII secolo a.C. e vedervi la profezia di qualcosa che sarebbe accaduto nel I secolo d.C.

Rimane, infine, il fatto –già accennato‑ che il Nuovo Testamento non fa mai riferimento a Gesù come “Emmanuele”; ecco perché l’autore del vangelo di Luca elimina l’Emmanuele e, guardandosi bene dal richiamare qualsiasi profeta, fa dire direttamente all’angelo: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Luca 1:31). Lo stesso Matteo, del resto, appena due versetti prima di riprendere Isaia, aveva presentato l’angelo nell’atto di annunciare a Giuseppe “essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù”: un notevole esempio di coerenza e ispirazione divina, non c’è dubbio!

Concludiamo soffermandoci sulla posizione cattolica al riguardo. La Bibbia CEI (nella recente traduzione del 2008) commenta ambiguamente:



“…il testo ebraico ha giovane donna. All’origine queste parole profetiche dovettero essere intese come promessa di un immediato discendente di Davide, cioè di un figlio di Acaz…Ma la solennità dell’oracolo e la grandezza del nome dato al bambino, Emmanuele “Dio-con-noi”, fecero sì che queste parole non perdessero il loro carico di speranza dopo la morte del re Ezechia. La versione greca dei LXX tradusse il termine ebraico almah, che significa “giovane”, con parthenos, “vergine”. L’evangelista Matteo, utilizzando il testo dei LXX, riconosce nel passo isaiano l’annuncio profetico della concezione verginale di Gesù da parte di Maria e guarda a lui come al vero Emmanuele, ossia alla vera e definitiva presenza di Dio fra gli uomini”.



In pratica, la nota dice tutto e niente, senza sbilanciarsi sulla valenza messianica del passo.

Ben più netto e obiettivo è il commento della Bibbia TILC:



“…la parola ebraica così tradotta [ragazza] indica una donna in età da marito; probabilmente si tratta della giovane moglie di Acaz, futura madre del re Ezechia. L’antica traduzione greca usa invece la parola vergine che sarà ripresa da Matteo 1,23”.



Assai discordante appare, invece, il parere di Raymond Brown, studioso cattolico morto nel 1998 e considerato uno dei massimi esperti mondiali sui racconti della natività. In Birth of the Messiah, egli ammette che le critiche contro la traduzione di almah in “vergine” risalgono già al II secolo (come si deduce dal Dialogo con l’ebreo Trifone di Giustino) e riconosce che molte traduzioni moderne sono fortemente condizionate dalla censura ideologica.

Le conclusioni di Brown sono nette; a suo avviso, il passo di Isaia “non si riferisce a un concepimento verginale in un lontano futuro”, ma alla “nascita imminente di un bambino, probabilmente davidico, ma concepito in maniera naturale”.[2]




NOTE

1. Peraltro, il termine parthénos, usato nella Settanta, non è univoco, in quanto può significare sia “vergine” che “fanciulla”.

2. Brown riferisce ad esempio come i fondamentalisti una volta bruciarono alcune copie della traduzione Revised Standard Version dell’Antico Testamento in quanto traduceva “giovane donna”, e ricorda l’occasione in cui i vescovi cattolici costrinsero i traduttori della New American Bible ad andare contro il proprio giudizio e a utilizzare “vergine” (Raymond Brown, Birth of the Messiah, pag. 148).



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giovedì 2 ottobre 2014

Vade retro, sei intollerante al glutine!

di Giuseppe Verdi

Com'è noto, le confessioni cristiane celebrano l'eucaristia per mezzo di un'ostia di pane azzimo (cioé priva di lievito), che viene benedetta e, quindi, ingurgitata dai fedeli (e dallo stesso officiante), essendosi "trasformata" nel corpo di Cristo (dogma noto come transustanziazione).
Un'ostia standard pesa circa mezzo grammo ed è realizzata con normalissima farina di frumento, che contiene un dieci per cento abbondante di glutine, vale a dire, in termini più concreti, oltre 50 milligrammi.
Qual è il problema?, dirà il lettore.
Semplice. Quel quantitativo di glutine è un vero attentato alla salute di chiunque soffra di celiachia, soprattutto se (in quanto praticante assiduo) costui la consumi ogni giorno. Che cosa fare, allora, per venire incontro al fedele che, in quanto celiaco, non voglia privarsi del prezioso cerchietto?
Molte chiese cristiane offrono alternative senza glutine, realizzate in genere con base di riso o di pane senza glutine. Tra queste denominazioni, vanno annoverate la Chiesa episcopale degli Stati Uniti d'America, la Chiesa Luterana e la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni.
In Italia, come sappiamo, queste denominazioni risultano fortemente minoritarie e a farla da padrone è la chiesa cattolica. E, per fortuna, anche il Vaticano ha provveduto alle esigenze dei celiaci. Tuttavia, la dottrina cattolica afferma che l'eucaristia è valida solo se il pane utilizzato è di grano. Ecco perché, nel 2002, la Congregazione per la Dottrina della Fede (allora presieduta da Ratzinger) ha dovuto approvare una composizione a basso contenuto di glutine, prodotta in Germania, che soddisfa tutti i requisiti.
A chi ha fatto richiesta di potere utilizzare cialde di riso, invece, il permesso è stato sempre negato. Evidentemente, nonostante il riso faccia buon sangue, non è in grado di transustanziarsi e divenire carne di Gesù. Amen.
Solo cialde di grano, dunque, per quanto a basso contenuto di glutine.
Il colmo è che chi soffre di celiachia deve presentare al proprio parroco un certificato medico, che gli consentirà di fare la comunione con l'ostia speciale, che il prete dovrà conservare in un contenitore a sé stante, "in modo da evitare ogni contatto con le ostie convenzionali". Con tutta la burocrazia che già affligge la chiesa, ci mancava pure il certificato che attesta la celiachia!
E sia.
Ma c'è dell'altro.
La questione, infatti, è decisamente più complicata per gli aspiranti sacerdoti, per i quali la celiachia risulta una minaccia più subdola e strisciante di Satana. Per i celiaci, infatti, le porte di seminari e chiese sono irrimediabilmente chiuse. Dal 1995, infatti, è in vigore un documento, approvato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui "i candidati al sacerdozio che sono affetti da celiachia o soffrono di alcoolismo o malattie analoghe […] non possono essere ammessi agli Ordini Sacri".
La spiegazione è semplice: poiché pane e vivo sono gli elementi centrali dell'eucaristia, la chiesa richiede che gli aspiranti preti possano celebrare la messa nella sua interezza, senza dover ricorrere a espedienti per "sostituire" il corpo e il sangue di Cristo. La Lettera circolare ai Presidenti delle Conferenze Episcopali sulla materia dell’Eucaristia, firmata dall'allora Cardinale Joseph Ratzinger, è molto chiara in materia: nessuna concessione, nessun permesso speciale, e la richiesta esplicita di "evitare lo scandalo" (?!).
Da segnalare che questa norma è stata modificata nel 2003 sostituendo al "blocco delle assunzioni" la richiesta di "cautela" nell'ammissione al presbiterato di "candidati che non possono assumere senza grave danno il glutine o l'alcool etilico". Ma chi fissa i parametri di questa "cautela"? Tanto più che rimane in vigore la regola generale secondo cui "il sacerdote impossibilitato a comunicarsi sotto la specie del pane, incluso il pane parzialmente privo di glutine, non può celebrare l’Eucaristia individualmente né presiedere la concelebrazione".
Unica eccezione ammessa, quella per i preti già "in servizio", ai quali la celiachia viene diagnosticata dopo aver ricevuto gli ordini sacri. In quel caso, la celebrazione eucaristica può avvenire attraverso l'utilizzo di ostie speciali, a basso contenuto di glutine ma mai del tutto prive di esso: "Le condizioni di validità della materia per l'Eucaristia sono le ostie nelle quali è presente la quantità di glutine sufficiente per ottenere la panificazione senza aggiunta di materie estranee e purché il procedimento usato per la loro confezione non sia tale da snaturare la sostanza del pane".
Una sola osservazione: stante questa normativa, immaginiamo che ogni aspirante sacerdote venga sottoposto a test medici per verificare se è affetto da celiachia. Come mai, invece, nessun controllo viene effettuato circa un'eventuale propensione dell'aspirante prete alla pedofilia?