domenica 24 agosto 2014

I cristiani sono "superiori"
ai musulmani?

di Giuseppe Verdi

Sul “Giornale” di ieri, 23 agosto,  è comparso in prima pagina un articolo il cui titolo è tutto un programma: “Perché i cristiani sono superiori”. L’autore del pezzo è Camillo Langone.
Di seguito, riporto la prima parte, quella più significativa:

“Dio sarà anche lo stesso ma le religioni, ossia le forma pubbliche della fede in Dio, sono tutte diverse. Cristianesimo e Islamismo, in particolare, e nonostante i vaniloqui sul comune padre Abramo, per certi versi sono addirittura agli antipodi. Lo dimostra la telefonata tra il papa e i famigliari del povero James Foley. La madre del povero giornalista americano decapitato in Iraq, cattolicissima come il marito e come il figlio che aveva studiato in un’università di gesuiti e si era sostenuto durante la lunga prigionia recitando il rosario, non ha gridato parole di vendetta come tradizionalmente accade nel mondo musulmano quando viene uccisa una persona cara. E non perché la signora Foley è buona e le madri musulmane sono cattive, ma perché la signora Foley è figlia del Vangelo, che insegna il perdono, e le madri musulmane sono figlie del Corano, che esorta alla vendetta.
(…) Pensate che io sia un islamofobo ottuso? Che parli sulla base di pregiudizi? Allora andate a leggervi la Sura della Vacca che poi sarebbe il secondo capitolo del loro testo sacro: “in materia d’omicidio v’è prescritta la legge del taglione: libero per libero, schiavo per schiavo, donna per donna”. L’esatto contrario del porgere l’altra guancia e, già che ci siamo, un ottimo modo per giustificare, con la scusa di Allah clemente e misericordioso, l’inferiorità della donna e la schiavitù dei vinti. E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che le religioni sono tutte uguali? Che si informi, che studi”.

Segue un approfondimento sulla telefonata papa/signora Foley e una disamina della “fede tiepida” del clero cattolico, puntellata dall’esempio del cardinale Ravasi che esprime dubbi sulla stessa resurrezione.

Caro signor Langone,
parto dal suo quesito: “pensate che io sia un islamofobo ottuso?”
Non lo so, ma di sicuro lei fa di tutto affinché chi la legge sia assalito dal dubbio.
Sorvolo su alcune inesattezze di fondo, come la definizione delle religioni come “forma pubblica della fede in Dio”, espressione semplicistica che considera un solo aspetto di sistemi complessi fatti di dogmi, riti, sacramenti, aspetti interiori ed esteriori, scritture, etc. Non è certo questo il problema che affligge il suo articolo. E soprattutto, a scanso di equivoci, premetto che nutro il massimo rispetto per Foley e che condanno senza appello il fanatismo di cui è caduto vittima.
Il problema, Langone, è che trovo il suo pezzo palesemente filo-cristiano, intriso com’è di elogi all’indirizzo del papa, della signora Foley e del giornalista ucciso, del quale, a suo avviso, i tratti più degni di menzione sono il fatto di appartenere a una famiglia cattolica, avere studiato dai gesuiti e avere recitato il rosario durante la prigionia.
Il bello è che, pur di puntellare il suo punto di vista filo-cristiano, lei non esita a utilizzare le fonti come più le fa comodo. Ciò avviene, in particolare, quando, per evidenziare l’inclinazione del cristianesimo al perdono e dell’islamismo alla vendetta, lei mette a confronto Vangelo e Corano. Errore metodologico, Langone. E non so se in buona o in malafede.
Se, infatti, dobbiamo valutare queste due religioni sulla base dei loro “testi sacri”, risulta scorretto mettere sul piatto della bilancia il Vangelo e il Corano. Piuttosto, sarebbe giusto considerare nella loro interezza le “scritture” cristiane e islamiche e, quindi, parlare della Bibbia e non solo del Vangelo, che (immagino lo sappia) della prima costituisce solo una parte, per di più abbastanza esigua.
Ecco. In questo modo le due grandi religioni possono confrontarsi ad armi pari.
E che cosa scopriamo? Che, tenendo conto della Bibbia nella sua interezza, vale a dire sia dell’Antico che del Nuovo Testamento (del quale i vangeli fanno parte), emerge un Dio dei padri (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosé, etc.) sanguinario, geloso, vendicativo e partigiano quanto e più di Allah, che urla vendetta e chiede sangue in misura quanto meno pari a quella che lei ritiene caratteristica del solo dio islamico.
La legge del taglione, ad esempio, che lei cita quale norma primitiva ed esclusiva della religione musulmana, non si trova solo nel Corano, ma anche in quell’Antico Testamento che lei ben si guarda dal citare:

“Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all’altro” (Levitico 24:19-20)

È la Bibbia, Langone. È il testo sacro di ebrei e cristiani.

“Se accade un incidente mortale, devi dare anima per anima, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, marchio per marchio, ferita per ferita, colpo per colpo” (Esodo 21:23-25)

È ancora la Bibbia, Langone, è l’Antico Testamento, “testo sacro” degli ebrei quanto dei cristiani.

“Con quello con cui uno ha peccato, con quello stesso sarà castigato” (Sapienza 11:16).

È sempre la Bibbia, Langone.
Quella Bibbia nella quale troverà non solo quest’esplicito avallo del taglione, ma anche altri due tratti da lei ritenuti tipici dell’islamismo: l’inferiorità della donna e la schiavitù dei vinti.
Il Corano è stato scritto non meno di dieci secoli dopo i brani biblici che ho riportato sopra. Non è che, in fondo, Maometto si sia ispirato al buon dio ebraico-cristiano? Molto probabile, visto che, fra l’altro, secondo la tradizione fu il giudeo-cristiano angelo Gabriele a dettare il Corano a Maometto!
Già immagino la sua replica, che poi è il prevedibile, scontato copione seguito dai cristiani quando viene tirato in ballo l’Antico Testamento: “è superato, la morte e la resurrezione di Gesù hanno stabilito una nuova alleanza”. Davvero? Strano, perché più di un papa (fino al secolo scorso) ha proclamato la pari dignità dell’Antico e del Nuovo Testamento, definendoli entrambi “verità storica senza errore”. Inoltre, la stessa alleanza tra Dio e Abramo viene definita “perenne” e mai Gesù sconfessa la legge mosaica (anzi!), che verrà “abrogata” solo dal vero fondatore del cristianesimo, quell’opportunista o visionario (o entrambi) che risponde al nome di “san” Paolo.
Ciò appurato, caro Langone, risulta proibitivo conciliare il dio cruento dell’Antico Testamento (sul quale lei sorvola) con il messaggio evangelico di pace e amore, che, a suo avviso, è “l’esatto contrario” del messaggio islamico. Ne è sicuro?
Ecco che cosa si dice del suo Gesù tutto amore e misericordia nel vangelo di Giovanni:

“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

“Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui”.

L’ira di Dio. Vede, Langone, che alla fine il padre non è cambiato, è sempre quel tipetto irascibile dell’Antico Testamento e, in fondo, è sempre lui che tiene in mano il gioco?
Nel suo articolo, lei conclude chiedendo: “qualcuno ha ancora il coraggio di dire che le religioni sono tutte uguali? Che si informi, che studi”.
Beh, si dia le risposte da solo.
L’islamismo non è diverso da ciò che era il cristianesimo non molti secoli fa, quando crociate, inquisizione e colonizzazione sparsero sangue in quantità indicibile.
La guerra santa è un’invenzione cristiana.
L’Islam, che l’ha pure subita, sta semplicemente ripercorrendo le tappe del cristianesimo.
Dopo tutto, non è una colpa essere di sei secoli più giovane.
Nessuna religione è migliore o peggiore delle altre.
Semplicemente, come sognava il buon John Lennon, non dovrebbe esisterne alcuna.
Allora sì che non staremmo qui a fare stupidi confronti e a piangere milioni di morti protestanti, cattolici, indù, musulmani, “pagani”. Tutti degni del medesimo rispetto, a prescindere dalla follia comune ai loro culti.



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martedì 19 agosto 2014

Don Gelmini è morto,
evviva don Gelmini

di Massimo Maiurana
(UAAR Ragusa)

La tendenza delle parti politiche a fare quadrato intorno ai propri uomini e donne, quando questi sono coinvolti in vicende a dir poco sconvenienti, è nota e, probabilmente, anche naturale, anche se oggettivamente non si manifesta allo stesso modo in tutte le realtà e a tutte le latitudini. Quando poi, soprattutto da noi, sotto la lente finiscono esponenti del culto dominante ecco che il quadrato si estende a tutte, o quasi, le parti in gioco. Perché il chierico non è quasi mai un avversario, è sempre un alleato o potenziale tale, quindi la sua difesa non può essere delegata ad altri ma, anzi, occorre fare in modo di distinguersi in essa, magari di metterci per primi il cappello sopra. E nel momento in cui morte, inevitabilmente, sopraggiunge, i trascorsi vengono convenientemente filtrati in base alla regola che ci vuole tutti belli alla nascita e tutti bravi alla morte.
Così, appreso della morte di Pierino Gelmini, ex don già insignito della cittadinanza onoraria di Vittoria, il sindaco del comune ragusano ha pensato di prendere metaforicamente penna e calamaio e affidare a un comunicato stampa ufficiale il cordoglio per la sua scomparsa, scrivendo tra le altre cose che “ogni vittoriese amava e ama don Gelmini”. Proprio tutti tutti? Sicuro che tra i sessantamila e passa abitanti non ce ne sia nemmeno uno a cui invece stava antipatico? Eppure di motivi ce ne sarebbero, al netto ovviamente della fondazione di una rete di comunità di recupero per tossicodipendenti che oggi sembra essere l’unica cosa che ha fatto.
In realtà, Gelmini ha fatto molto altro, e ben poco di cui potersi vantare. Nel lontano 1965 decise di acquistare una splendida tenuta sull’Appennino toscano, pagandola con assegni per 200 milioni di lire dell’epoca, una cifra non certo modesta. Il problema fu che quegli assegni risultarono scoperti, quindi il sacerdote finì denunciato, processato e condannato a tre mesi di reclusione. Dopo soli altri quattro anni Gelmini subisce un’altra condanna per emissione di assegni a vuoto (“il lupo perde il pelo…”), truffa e bancarotta fraudolenta per il fallimento di una cooperativa edilizia targata ACLI di cui era tesoriere. In tutto quattro anni di reclusione interamente scontati in carcere.
Qualcuno magari potrà pensare che questi siano stati errori di gioventù, che poi il prete sia rinsavito e abbia dedicato la sua vita ai derelitti come vuole la vulgata comune. In realtà a questo punto siamo semplicemente all’apice, non all’epilogo. Negli anni successivi Gelmini riesce a collezionare una condanna in primo grado per corruzione, che viene poi ribaltata in appello, una denuncia per abuso edilizio e, dulcis in fundo, un processo per presunti abusi sessuali commessi nelle sue case di accoglienza, che è stato temporaneamente sospeso per l’aggravarsi delle condizioni di salute di Gelmini e che avrebbe dovuto riprendere l’anno prossimo. In seguito a quest’ultima accusa Gelmini ha chiesto di essere ridotto allo stato laicale. Già, perché nonostante tutti i trascorsi e le condanne passate in giudicato, la Chiesa non ha mai preso nessun provvedimento nei suoi confronti. Giusto un’ammonizione per l’utilizzo indebito del titolo di monsignore.
Perfino la gestione delle sue comunità incontro è stata sempre opacissima, al punto da dare adito a diverse voci che vi vedevano un business messo in piedi per rastrellare denaro e favori. Politicamente vicino alla destra ha potuto contare sull’amicizia di personaggi del calibro di Berlusconi, Fini e Gasparri. In particolare l’ex cavaliere aveva pensato a Gelmini come possibile ministro del suo primo governo, e in occasione dei festeggiamenti per l’ottantesimo compleanno del sacerdote si presentò con un regalo strabiliante: un assegno di ben cinque milioni di euro. Tuttavia, in varie occasioni il don ha messo in imbarazzo i suoi amici pronunciando frasi contro i musulmani, le toghe rosse, i poliziotti infami e addirittura invitando un cardinale a lanciarsi in un burrone.
Alla luce di tutto questo, sindaco Nicosia, continua a pensare che non esistano vittoriesi che non abbiano amato Gelmini? E che valga veramente la pena di lanciarsi a nome della cittadinanza in lodi per un personaggio a dir poco equivoco? Già che ci siamo rivolgiamo la stessa domanda anche all’ex sindaco di Vittoria, ed ex deputato regionale, Francesco Aiello, che si unisce nelle lodi al compagno di partito (ma non di percorso) Nicosia. Alla fine un prete mette temporaneamente d’accordo tutti, il giorno dopo si può ricominciare con le rivalità.

venerdì 8 agosto 2014

La tutela dei ricchi
nella dottrina sociale della chiesa

(seconda parte)

di Giuseppe Verdi





Da Gesù alla chiesa

Fu così che, “legittimata” in qualche modo la coesistenza di ricchi e poveri, gli esponenti del clero poterono fare la vita del nababbo, divenendo proprietari di terre e, cosa che non guasta, di schiavi e servi della gleba.
Secondo Karlheinz Deschner, si sa poco dell’origine e dell’accrescimento dei possedimenti ecclesiastici; fino al V secolo, infatti, gli autori cristiani tacciono quasi completamente su questo processo, non molto conciliabile con l’ideale evangelico della povertà.
La pioggia di denaro iniziò con l’imperatore Costantino, che donò alla chiesa denaro e proprietà e concesse al clero svariati privilegi, incluse forse alcune esenzioni fiscali (corsi e ricorsi storici!). Da allora in avanti, quel che prima confluiva nelle casse dei templi pagani prese a finire nelle tasche della chiesa, che si appropriò anche dei beni dei templi e delle proprietà degli “eretici”. Non sorprende, dunque, il fatto che si imponesse l’uso di eleggere i vescovi solo tra i membri delle famiglie più ricche.
Il prefetto pagano Pretestato, assai rispettato, alludendo alle entrate di papa Damaso disse con scherno: “Fatemi vescovo di Roma, e divento immediatamente cristiano”. Verso la fine del IV secolo, lo storico Ammiano Marcellino afferma che chi diventava vescovo di Roma guadagnava facilmente ricchezze e poteva condurre una vita da feudatario.
Gradualmente, andò costituendosi un colossale latifondo, definito Patrimonium Ecclesiae o Patrimonium S. Petri. I vescovi romani possedevano ormai enormi proprietà non soltanto in Italia, ma anche in Sicilia, in Corsica, in Sardegna, in Dalmazia e in Africa. Dal V secolo in poi, il vescovo di Roma era indubbiamente il più ricco proprietario terriero dell’impero romano.

La “dottrina sociale” della chiesa moderna

La moderna dottrina sociale cristiana nasce tra la fine del XIX e secolo e la metà del XX. Com’è facile immaginare, viene definitivamente rimossa ogni critica ai ricchi presente in alcuni padri della chiesa e si assiste a un totale rovesciamento dei principi cristiani originari, con l’assunzione di posizioni ben lontane da quelle “ufficiali”, propagandate con particolare intensità dall’attuale papa.
Si comincia con Pio IX (l’ultimo papa-re, quello dell’infallibilità papale), che, in un’epoca in cui si andavano diffondendo il socialismo e il comunismo, proclama che ricchezza e proprietà sono diritti dei ricchi e, quindi, da difendere contro i “poverelli”, gli operai e le altre “persone di basso stato” che tentano di “invadere, manomettere, dilapidare le proprietà, in prima della Chiesa (e te pareva!), e poscia di qualsivoglia altro legittimo posseditore”.
Le parole più patetiche e indegne scritte da questo papa sono, tuttavia, quelle con le quali, dopo avere giustificato come “naturale condizione umana” il fatto che ci sia chi primeggi per ricchezza, egli cerca anche di “confortare” i poveri:

“…rammentino i poverelli e i miseri di qualsivoglia fatta, quanto essi debbano esser grati alla Religione Cattolica, nella quale palesemente e in tutta la sua purità predicasi la dottrina di Gesù Cristo, il quale protestò di avere le beneficenze conferite ai poverelli e ai miseri come fatte a sé stesso” (Noscitis et nobiscum, 1849)

Se non sorprendono tali idee in un papa antiquato come Pio IX, autentico residuato del Medioevo, che definiva la schiavitù “non del tutto contraria alla legge naturale e divina”, può risultare invece motivo di stupore ritrovare le medesime posizioni, per di più esposte in modo più supponente, in un papa da molti ritenuto “progressista” come Leone XIII. Costui non esitò ad attribuire a “socialisti, comunisti e nichilisti” la colpa di avere sobillato il volgo alla rivolta:

…Con queste dottrine disseminate in lungo e in largo…non deve recare meraviglia che gli uomini della plebe, stanchi della casa misera e dell’officina, anelino a lanciarsi sui palazzi e sulle fortune dei più ricchi; non deve recare meraviglia che, scossa, vacilli ormai ogni pubblica e privata tranquillità, e che l’umanità sia giunta quasi alla sua estrema rovina…”

Naturalmente, il papa non mancava di sottolineare che, in opposizione al comunismo, la chiesa

“…saggiamente ed utilmente anche nel possesso dei beni riconosce disuguaglianza tra gli uomini, naturalmente diversi per forze fisiche ed attitudine d’ingegno, e vuole intatto ed inviolabile per tutti il diritto di proprietà e di possesso che dalla stessa natura deriva…”

Come tradizione vuole, poi, anche Leone XIII “consolava” i poveri promettendo loro la beatitudine eterna

Tuttavia [la chiesa] non dimentica per questo la causa dei poveri, né avviene che la pietosa Madre trascuri di provvedere alle loro indigenze: ché anzi, con materno affetto, se li stringe al seno, e ben sapendo che essi impersonano Cristo…con ogni mezzo possibile li solleva; si adopera con ogni sollecitudine affinché in tutte le parti del mondo s’innalzino case ed ospedali destinati a raccoglierli, a mantenerli, a curarli…Incalza poi i ricchi col gravissimo precetto di dare ai poveri il superfluo, e li spaventa intimando loro il giudizio divino, secondo il quale se non verranno in aiuto dell’indigenza saranno puniti con eterni supplizi. Da ultimo ricrea e conforta considerevolmente gli animi dei poveri sia proponendo l’esempio di Cristo “il quale, essendo ricco, si fece povero per noi” (2 Cor 8,9), sia ripetendo quelle parole di Lui, con le quali chiama i poveri beati, e comanda loro di sperare i premi dell’eterna beatitudine. Ora, chi non vede come questa sia la più bella maniera di comporre l’antichissimo dissidio tra i poveri e i ricchi?” (Quod apostolici numeris, 1878)

Ritengo che la sola reazione che un passo del genere possa provocare sia un intenso conato di vomito. Per Leone XIII, infatti, il solo modo di “comporre il dissidio tra i poveri ed i ricchi” sarebbe quello di garantire ai primi la beatitudine eterna se se ne staranno zitti e buoni senza toccare le proprietà dei ricchi (come dire “ai ricchi certezze immediate, a voi speranze future”).
Il papa, per di più, si dimostra anche distratto, visto che “dimentica” quanto avevano già affermato alcuni padri della chiesa, vale a dire che la proprietà privata è il risultato di un furto e non un “diritto di natura”, acquisito “a titolo di legittima eredità, o con l’opera del senno e della mano, o con la frugalità della vita”.
Leone XIII viene comunque ricordato soprattutto per l’enciclica Rerum novarum, pubblicata nel 1891 e considerata dagli apologeti cattolici come una “svolta” progressista sulla questione sociale e sui problemi dei lavoratori.
Era vero? Per rispondere, è necessario leggerne alcuni passi.
Dopo avere ribadito che la proprietà privata è un diritto di natura e che essa distingue l’uomo dal bruto, il papa afferma che eliminare le disparità è impossibile: “togliere dal mondo le disparità sociali è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile”.
La conseguenza inevitabile di tale premessa è che, per il papa, bisogna tutelare la proprietà dei ricchi e frenare le bramosie del popolo. Ai poveri, naturalmente, il papa ricorda che non devono provare vergogna per la loro condizione né per il fatto di dovere vivere di lavoro:

…per gli infelici pare che Iddio abbia una particolare predilezione [non sa di presa per il c…?], poiché Gesù Cristo chiama beati i poveri (cf. Mt 5,3); invita amorosamente a venire da lui per conforto quanti sono stretti dal peso degli affanni (Mt 11,28); i deboli e i perseguitati abbraccia con atto di carità specialissima. Queste virtù sono molto efficaci ad abbassar l’orgoglio dei fortunati e togliere dall’avvilimento i miseri, ad ispirare indulgenza negli uni e modestia negli altri. Così le distanze, tanto care all’orgoglio, si accorciano, né riesce difficile ottenere che le due classi, stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo

Sembra una favoletta, ricca di immagini di pace e concordia, con un papa che, anziché spiegare perché Dio abbia voluto quest’ordine di cose, assicura ai poveri abbracci e conforto, mentre continua a parlare di “classi”, “operai” e “padroni”!
Ne consegue ancora una volta che il solo modo suggerito dal papa per migliorare le condizioni degli operai sia quello di pregare, in quanto i beni più preziosi sono quelli “dell’anima” e il vero obiettivo è il “premio” che otterremo nell’aldilà.
Amen.
Lungi dall’essere in alcun modo innovativa, la Rerum novarum ribadisce l’idea che le disuguaglianze siano giuste, volute da Dio e utili alla società. I lavoratori, quindi, non devono lamentarsi per il dolore e la fatica, che sono “conseguenze del peccato” e accompagnano gli uomini fino alla tomba (specie, chissà come mai, quelli sprovvisti di proprietà privata).
Una sintesi di questa dottrina troviamo nel cosiddetto Sillabo sociale di Pio X, del 1903, che conferma gli insegnamenti del papa precedente e li raccoglie in una sorta di compendio, il cui caposaldo rimane quello consueto:

…nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei

Nulla cambiò nemmeno con il successivo pontefice, Benedetto XV, che nell’enciclica Ad beatissimi apostolorum principis del 1914 e in una Lettera all’episcopato veneto del 1920 riaffermava le “disuguaglianze di natura”, la critica dell’invidia sociale verso i ricchi, l’esortazione a questi ultimi perché siano prodighi nell’elargire e allo stato perché tuteli le loro ricchezze, nonché l’invito a non inseguire il miraggio dei beni terreni, bensì la felicità eterna.
Non si discostò dai pronunciamenti dei suoi predecessori nemmeno Pio XI, che si occupò di “questione sociale” nell’enciclica Quadragesimo anno, scritta nel 1931. Lo stesso papa, tuttavia, nella Divini Redemptoris del 1937 spiegava perché, a suo avviso, l’economia liberale avesse spinto gli operai nelle malefiche braccia del comunismo; l’idea del pontefice è a dir poco originale:

Per spiegare poi come il comunismo sia riuscito a farsi accettare senza esame da tante masse di operai, conviene ricordarsi che questi vi erano già preparati dall’abbandono religioso e morale nel quale erano stati lasciati dall’economia liberale. Con i turni di lavoro anche domenicale non si dava loro tempo neppur di soddisfare ai più gravi doveri religiosi nei giorni festivi; non si pensava a costruire chiese presso le officine né a facilitare l’opera del sacerdote; anzi si continuava a promuovere positivamente il laicismo. Si raccoglie dunque ora l’eredità di errori dai Nostri Predecessori e da Noi stessi tante volte denunziati, e non è da maravigliarsi che in un mondo già largamente scristianizzato dilaghi l’errore comunista…”

Parole che sembrano scritte da un bambino di terza elementare, tanto appare banale e scontata la spiegazione che attribuisce la colpa della diffusione del comunismo alla “brutta e cattiva” economia liberale che, in parole povere, ha impedito agli operai di andare a messa la domenica!
Non mancano, nella stessa enciclica, le consuete riflessioni papali sull’importanza della povertà e sui ricchi come amministratori di Dio, che devono dare ai poveri quello che loro avanza:

I ricchi non devono porre nelle cose della terra la loro felicità né indirizzare al conseguimento di quelle i loro sforzi migliori; ma, considerandosene solo come amministratori che sanno di doverne rendere conto al supremo Padrone, se ne valgano come i mezzi preziosi che Dio loro porge per fare del bene; e non lascino di distribuire ai poveri quello che loro avanza…Ma anche i poveri, a loro volta, pur adoperandosi secondo le leggi della carità e della giustizia a provvedersi del necessario e anche a migliorare la loro condizione, devono sempre rimanere essi pure “poveri di spirito”…“Beati i poveri”. E non è questa una consolazione e una promessa vana come sono le promesse dei comunisti; ma sono parole di vita che contengono una somma realtà e che si verificano pienamente qui in terra e poi nell’eternità. Quanti poveri, infatti, in queste parole e nell’aspettativa del regno dei cieli che è già proclamato loro proprietà: “perché il regno di Dio è vostro”, trovano una felicità, che tanti ricchi non trovano nelle loro ricchezze, sempre inquieti e sempre assetati come sono di avere di più

Incredibile a dirsi, ma nella visione del papa (sicuramente più profonda della nostra!), quelli davvero felici sono i poveri, che attendono il regno dei cieli, mentre i “poveri ricchi” piangono, verrebbe da dire, tanto sono “inquieti” e preoccupati dalla necessità di gestire enormi patrimoni…E poi, come possono essere “assetati di avere sempre di più”, se tutto quel ben di Dio (!) non è di loro proprietà, ma solo affidato ad essi dal “supremo padrone” affinché se ne servano per far del bene? Un vero monumento all’ipocrisia…
Anche Pio XII, nell’enciclica Sertum laetitiae, del 1939, torna su questo tema e, com’è prevedibile, non risulta per nulla innovativo:

…vi sono sempre stati ricchi e poveri, e l’inflessibile condizione delle cose umane fa prevedere che così sempre sarà [a spegnere ogni speranza di rivalsa]. Degni di onore sono i poveri che temono Dio, perché di loro è il regno dei Cieli e perché facilmente abbondano di grazie spirituali [le quali, purtroppo, non riempiono lo stomaco in “questo” regno]. I ricchi poi, se sono retti e probi [se lo sono…], assolvono l’ufficio di dispensatori e procuratori dei doni terrestri di Dio; essi in qualità di ministri della Provvidenza [ma chi li ha nominati tali?] aiutano gli indigenti, a mezzo dei quali spesso ricevono i doni che riguardano lo spirito e la cui mano –così possono sperare‑ li condurrà negli eterni tabernacoli. Dio, che a tutto provvede con consigli di suprema bontà, ha stabilito che per l’esercizio delle virtù e a saggio dei meriti vi siano nel mondo ricchi e poveri; ma non vuole che alcuni abbiano ricchezze esagerate e altri si trovino in tali strettezze che manchino del necessario alla vita. Buona madre però e maestra di virtù è la onesta povertà, che campa col lavoro quotidiano, secondo il detto scritturale: “Non darmi (o Dio) né mendicità né opulenza: ma provvedimi soltanto del necessario…(Prov 30, 8)

Disgustoso e oltremodo ingiurioso...Anziché preoccuparsi che i ricchi non siano troppo ricchi e i poveri troppo poveri, Dio avrebbe reso tutto più facile assicurando a ogni essere umano una vita più che decorosa, senza eccessi né in una direzione né nell’altra. Ma si sa, i suoi piani sono imperscrutabili…
È assai probabile che, giunti a questo punto del nostro lungo excursus lungo la storia della dottrina sociale della chiesa, molti lettori siano increduli e si stiano domandando come il clero possa essere tanto ipocrita nel predicare principi che non corrispondono affatto a quanto la tradizione cattolica ha costantemente predicato almeno da quindici secoli a questa parte. È però altrettanto probabile che al lettore non sia sfuggita la spaventosa povertà concettuale di una dottrina sociale che strizza l’occhio ai ricchi in maniera sfacciata.
Suona pertanto ipocrita l’affermazione di Giovanni Paolo II, che, nel 1991, commemorando con la Centesimus Annus il centenario della Rerum novarum (il che già indica quanto ritenesse importante quel documento!), ebbe a scrivere “non c’è vera soluzione della questione sociale fuori dal vangelo”, mentre, contemporaneamente, continuava a sostenere due posizioni del tutto antievangeliche, vale a dire la difesa della proprietà privata e la critica del socialismo.
Detto poi per inciso, nella medesima enciclica il polacco poteva risparmiarsi l’affermazione secondo cui “lotta di classe in senso marxista e militarismo hanno le stesse radici: l’ateismo e il disprezzo della persona umana”. Il papa “santo subito” avrebbe dovuto spiegare anche quali fossero le radici delle crociate, dell’Inquisizione, della cristianizzazione coatta, evidentemente volute da Dio e ispirate al rispetto per la dignità della persona umana.
In definitiva, dall’enciclica di Wojtyla traspare l’imbarazzante permanere di una dottrina sociale ricca di banalità, principi reazionari e difesa della proprietà privata, col conseguente diritto dei proprietari a disporne a proprio piacimento.
Dalla tradizione non si è discostato neppure Benedetto XVI, oggi papa emerito, che nel Messaggio per la quaresima 2008, pur sostenendo che i beni non sono “esclusiva proprietà” dei loro detentori, non si azzardò certo ad aggiungere che di essi possa disporre la società o lo stato, limitandosi a ricordare che i loro proprietari devono ritenersene gli “amministratori” per conto di Dio, come già detto dai papi precedenti, e farsi “tramite” della divina provvidenza nell’aiutare i poveri. Come? Facendo, per “dovere di giustizia”, la “elemosina”, più apprezzata da Dio se “nascosta” (sa un po’ di bustarella…).
Incredibile a dirsi: in pieno terzo millennio, per la chiesa l’elemosina rimane lo strumento principe in materia di giustizia sociale!
Il resto è storia dei nostri giorni, con un papa che non porta scarpe firmate ma ostenta la croce di ferro, rifiuta l’anello d’oro, gira in autobus, lava i piedi agli ultimi, si paga il conto in albergo e, soprattutto, invoca una chiesa “povera e per i poveri”, sull’esempio di Gesù e di san Francesco. In breve, Bergoglio esibisce quell’attenzione verso i derelitti che serve a recuperare il feeling smarrito fra il pastore e il suo gregge e, chissà, magari anche a conquistare consensi nel terzo mondo.
Tuttavia, qualcosa impedisce che si passi dalle parole ai fatti, soprattutto se si pensa ai recenti scandali e alle rivelazioni sul tenore di vita e sui patrimoni di una certa élite del clero, evidentemente sorda agli appelli del papa argentino.
Questa, però, è un’altra storia.

mercoledì 6 agosto 2014


La tutela dei ricchi nella
dottrina sociale della chiesa

(Prima parte)

di Giuseppe Verdi

Con l’espressione dottrina sociale della chiesa si indica, secondo la definizione di Wikipedia, “il complesso di principi, insegnamenti e direttive della Chiesa cattolica intesi a risolvere, secondo lo spirito del Vangelo, i problemi socio-politico-economici”.
Molto simile è la definizione fornita dall’Enciclopedia Treccani, che parla della dottrina sociale della chiesa come “insieme di principi, teorie, insegnamenti e direttive emanate dalla Chiesa cattolica in relazione ai problemi di natura sociale ed economica del mondo contemporaneo”.
L’espressione, in effetti, è stata coniata nel 1941 da Pio XII. In precedenza, per quanto se ne fossero occupati, altri papi avevano parlato di “filosofia cristiana” (Leone XIII) o di “dottrina sociale ed economica” (Pio XI).
Quali sono, in sintesi, le direttive fondamentali della dottrina sociale della chiesa?
Per enunciarle, dobbiamo necessariamente fare un passo indietro, anzi più di uno, e ripartire dalle origini del cristianesimo, visto che in numerosi ambiti quel che la chiesa predica oggi, spacciandolo magari come “dottrina costante”, è in realtà ben diverso da quanto essa predicò in passato.
La “questione sociale” è proprio uno di questi ambiti. Il cristianesimo, che si presenta quale “religione dell’uguaglianza”, ha invece sempre operato violente discriminazioni (ad esempio con le donne e gli omosessuali) e, soprattutto, ha sostenuto a livello dottrinario le stesse disuguaglianze sociali che condanna a livello di “propaganda”.
È proprio la Bibbia, d’altra parte, a spiegare che Dio, nel suo imperscrutabile disegno, ha stabilito per gli uomini “destini diversi”:

Perché un giorno è più importante d’un altro? Eppure la luce di ogni giorno dell’anno viene dal sole. Essi sono distinti secondo il pensiero del Signore che ha variato le stagioni e le feste. Alcuni giorni li ha nobilitati e santificati, altri li ha lasciati nel numero dei giorni ordinari. Anche gli uomini provengono tutti dalla polvere e dalla terra fu creato Adamo. Ma il Signore li ha distinti nella sua grande sapienza, ha assegnato loro diversi destini. Alcuni li ha benedetti ed esaltati, altri li ha santificati e avvicinati a sé, altri li ha maledetti e umiliati e li ha scacciati dalle loro posizioni” (Siracide 33:7-12)

Come risulta evidente, in questo passo la Bibbia non considera le differenze sociali come una conseguenza del peccato originale, ma le dichiara esplicitamente frutto del volere di Dio, al punto da presentare come segno di “grande sapienza” divina il fatto che ci siano esseri umani “benedetti ed esaltati” e altri, al contrario, “maledetti e umiliati”.

Vangelo e comunismo

Questa visione biblica che caratterizza l’Antico Testamento appare tuttavia in stridente contrasto le posizioni egualitarie dei vangeli e, soprattutto, con il comandamento dell’amore, che spingeva i primi cristiani a mettere tutto in comune, come si legge negli Atti degli Apostoli:

La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (Atti 4:32-35)

Si tratta indubbiamente della più concreta realizzazione del precetto di Gesù “ama il prossimo tuo come te stesso”. Eppure, la contraddizione tra quanto predicato da Gesù e quanto sostenuto (e praticato!) dalla chiesa in tempi successivi appare stridente. Stando ai vangeli, infatti, il povero figliuolo divino non aveva nulla su cui poggiare il capo e i suoi discepoli dovevano predicare il vangelo senza denaro in borsa: secondo Marco, Gesù concesse loro solo un bastone e dei sandali; secondo Matteo e Luca proibì anche il bastone e le calzature (Marco 6:8; Matteo 10:10; Luca 9:3, 10:4). D’altra parte, come sappiamo, i vangeli tendono a evidenziare il fatto che i genitori di Gesù fossero poveri e che Gesù stesso vivesse in assoluta povertà; quella povertà da lui esaltata in tutti e tre i vangeli sinottici evidenziando la rinuncia a ogni possesso, definendo sciocco chi si vanta dei propri tesori, parlando in termini negativi della ricchezza e combattendo la discriminazione dei poveri.
Ne consegue che, nel proprio comportamento economico, qualunque gruppo o comunità che si fosse ispirato a Gesù sarebbe stato guidato dal comandamento dell’amore e si sarebbe trasformato senza alcun dubbio in un’organizzazione di natura comunistica. I primi cristiani, infatti, non tradirono l’insegnamento di Gesù.
Come ci rivela il padre della chiesa Cipriano, tra i membri della comunità primitiva non esisteva alcuna differenza e nessuno di loro considerava un bene come sua esclusiva proprietà, ma tutto era in comune. In altre parole, la comunità primitiva fu caratterizzata da una forte spinta verso il comunismo o, per dirla con Ernst Troeltsch, verso un “comunismo della religione dell’amore”, che fu alla base della forma della vita in comune dei primi discepoli e, quindi, all’aperta rinuncia a ogni proprietà, come abbiamo visto nel passo degli Atti degli Apostoli precedentemente citato. Anzi, se dobbiamo prestare fede agli stessi Atti, bisogna ritenere che fosse obbligatorio donare i propri beni alla comunità e che chi trasgredisse andasse incontro a guai seri, almeno a giudicare dalla reazione di “san” Pietro nei confronti di tale Anania e di sua moglie Saffira, che, rei di avere venduto una proprietà tenendo per sé parte del ricavato, rimasero stecchiti a un semplice cenno del “principe degli apostoli”. Il che è già una contraddizione, visto che Gesù aveva predicato di porgere l’altra guancia e visto che oggi lo spirito santo non fa secchi nemmeno i preti pedofili.
Non c’è dubbio. L’intero Nuovo Testamento è ricco di esempi e indicazioni del “modello” (per quanto primitivo) sul quale avrebbe dovuto prendere forma la nuova religione. Peccato, però, che nei secoli successivi la chiesa si sia indirizzata verso tutt’altra direzione, diventando quella che il marxista tedesco Karl Kautsky ebbe a definire “la più gigantesca macchina di sfruttamento che il mondo abbia mai visto”.
Tale cambiamento, com’è ovvio, non avvenne senza l’opposizione di gruppi e movimenti sia esterni che interni alla chiesa, dove la visione “socialista” sopravvisse per secoli.

Ricchi e poveri

A questi principi non poteva non corrispondere la netta contrapposizione “classista” tra ricchi e poveri, con la dura condanna dei primi. Questa tendenza trova la sua espressione più marcata nella Lettera di Giacomo: “Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali?”, esclama l’autore rivolto ai cristiani; e minaccia i loro sfruttatori con le parole: “E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano!...Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage”.
Non per niente, Gesù aveva detto “È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio”.
Tuttavia, come accennato, l’aspirazione evangelica all’uguaglianza ebbe vita breve e, nel giro di pochi secoli, divenne una posizione del tutto minoritaria, tanto che già nel corso del V secolo i papi erano diventati i più grandi latifondisti dell’Impero Romano. Evidentemente, non si preoccupavano granché di entrare nel regno di Dio.
Il mutamento di rotta ebbe inizio prima di quanto si possa immaginare, visto che fu “san” Paolo, appena pochi anni dopo la morte di Gesù (stando alla cronologia tradizionale) a intendere l’uguaglianza in senso meramente spirituale, così prendendo atto delle disparità esistenti, soprattutto in riferimento al rapporto tra padroni e schiavi, che è, in ultima analisi, il rapporto tra ricchi e poveri, tra sfruttatori e sfruttati.
Lungi dall’accogliere la primitiva forma di comunismo alla quale tutti i membri della comunità dovevano adeguarsi, Paolo accetta infatti la coesistenza dei ricchi e dei poveri e, soprattutto, tollera la schiavitù. Se da un lato, infatti, egli ribadisce il comandamento fondamentale dell’amore per il prossimo, dall’altro afferma che tale sentimento non deve giungere al punto da far ritrovare in condizioni di bisogno chi dona i propri averi; di conseguenza, secondo Paolo ognuno dovrebbe essere generoso solo in proporzione a ciò che possiede.
Dov’è finito il “beati i poveri” di Gesù, che aveva detto “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri”; “chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”; “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina”. Paolo, invece, è agli antipodi; lungi dal condannare il possesso, lo giudica anzi positivamente, e ai suoi consente di accettare denaro, mostrando al riguardo uno zelo fors’anche eccessivo e sospetto. Le sue comunità, inoltre, sono caratterizzate da palesi e imbarazzanti differenze tra ricchi e poveri (si vedano a titolo di esempio, la Prima lettera ai Corinzi e la Lettera ai Galati).
Come tollera la coesistenza di ricchi e poveri, allo stesso modo Paolo accetta (e avalla) quella tra padroni e schiavi. A tale riguardo, il suo manifesto viene proclamato nella Lettera agli Efesini:

Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo sia libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo, e che non v’è preferenza di persone presso di lui. Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza

L’invito agli schiavi è chiaro: obbedite ai vostri padroni “con timore e tremore”. In altre parole, a Dio sta bene che in questo mondo ci siano i padroni e gli schiavi: così sia. A poco serve che Paolo chieda ai padroni di non ricorrere alle minacce, inviti tutti -in perfetto stile cristiano‑ a confidare nella “forza del Signore” e ricordi che al cospetto di Dio saremo tutti uguali: le sue parole non sono che una strenua difesa dello status quo e dell’ordine sociale costituito. Peraltro, in questo suo addolcire la pillola, Paolo cade anche in contraddizione: affermare, infatti, che “ciascuno riceverà secondo quello che avrà fatto di bene” significa smentire la base della sua stessa dottrina, secondo cui la salvezza dipende solo dalla fede.
Questi concetti vengono ribaditi nella Lettera a Tito:

Esorta gli schiavi a esser sottomessi in tutto ai loro padroni; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio…È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo; il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone

Dunque, gli schiavi continuino a essere schiavi, per “fare onore” alla dottrina di un Dio che, evidentemente, vuole quest’ordine di cose. Paolo non si fa nemmeno scrupolo di offendere l’intelligenza e la dignità altrui allorché invita a rinnegare i desideri mondani e a vivere con sobrietà e giustizia: due precetti dai quali, evidentemente, ricchi e padroni sono dispensati!
Poco vale che venga contestata sia l’autenticità della Lettera agli Efesini che di quella a Tito. La tradizione cristiana la attribuisce a Paolo e sono dunque i cristiani e le loro guide spirituali che devono giustificare queste parole discriminatorie.
Quel che conta è che, a partire da Paolo, la chiesa prese a considerare l’esistenza di ricchi e poveri “conforme a natura” e il loro rapporto regolato (come quello fra padroni e schiavi) secondo il principio che i “grandi” si occupano dei “piccoli” e questi ultimi si subordinano ai primi. È quello che il compianto Walter Peruzzi ha opportunamente definito “solidarismo interclassista”, concezione secondo cui è giusta e conforme a natura l’esigenza di classi contrapposte, che devono collaborare ed essere solidali fra loro. In che modo? Lo chiariva, già alla fine del I secolo, la Prima Lettera di Clemente (preteso terzo vescovo di Roma):

Il forte si prenda cura del debole e il debole si preoccupi del forte; il ricco sostenga il povero, ma il povero ringrazi Dio per aver dato tanto a coloro per mezzo dei quali si soccorre alla sua indigenza

Che assurdità: invece di provvedere al povero per mezzo del ricco, Dio non poteva essere un po’ più largo con il povero?!
Ha qui inizio una serie di affermazioni al limite del grottesco, nelle quali tuttavia si lanciano alcune menti tra le più eccelse dell’universo cattolico.
Nel 150, ad esempio, affermava Aristide:

secondo l’ordine naturale, i rapporti esistenti sono soddisfacenti sia per i poveri che per i ricchi, sicché non esiste un altro modo di vivere

Insensato associare alla poverta una vita “soddisfacente” e facile sparare certe sentenze quando si fa parte della categoria dei benestanti!
Nel IV-V secolo, toccò al “sommo” Agostino pronunciarsi sulla spinosa questione e proclamare che “al povero spetta di chiedere e al ricco di donare”, per trarre dalla sua carità giovamento al fine della vita eterna:

Ci sono i ricchi perché ci sono i poveri e i poveri perché ci sono i ricchi…Il povero si può dire un campo fecondo che rende presto frutti al padrone. E usiamo un’altra immagine: il povero è la via del cielo per la quale si va al Padre. Se non vuoi uscire da questa strada, comincia a distribuire del tuo…liberati del gravame delle ricchezze…dona a chi chiede, per poter tu stesso ricevere, da’ a chi ha bisogno se non vuoi essere arso nelle fiamme: dona a Cristo qui in terra, per ricevere da lui il ricambio in cielo

Parole assurde, eppure considerate illuminate, quand’è evidente che Dio, nella sua pretesa onnipotenza, avrebbe reso le cose assai più semplici evitando di creare un’umanità divisa in ricchi e poveri.
Eppure, è proprio così. Secondo Agostino e secondo la concezione cristiana, ricchi e poveri esistono perché così vuole Dio e, soprattutto, sono interdipendenti, nel senso che senza i ricchi i poveri non avrebbero chi allevia la loro indigenza (che evidentemente Dio non era stato in grado di evitare a priori) e i ricchi non avrebbero a chi donare, guadagnandosi così la vita eterna.
Siamo chiaramente in presenza di una concezione che serve solo a occultare il processo storico di appropriazione nel corso del quale pochi si arricchiscono a spese di molti, diventando “proprietari” di beni in origine comuni, semplicemente per mezzo del furto: “la proprietà privata”, nota Odifreddi, “è ciò che è stato sottratto, in barba all’ottavo comandamento, alla proprietà pubblica”.
Quest’opinione, che la proprietà privata fosse un furto, era del resto diffusa nel IV secolo fra molti padri della chiesa, che criticavano le disparità sociali: Basilio (“Chi ama il suo prossimo come sé stesso, non possiede più del suo prossimo”), Gregorio di Nissa (“Nella suddivisione della ricchezza terrena uno che si appropria di una quantità più grande danneggia quelli con i quali deve dividere; infatti, chi prende per sé una porzione maggiore, diminuisce necessariamente la parte dei suoi compagni”), Gerolamo (“Il ricco è ingiusto o è erede di un ingiusto”) e soprattutto Giovanni Crisostomo, che ben sintetizza quel concetto:

Dimmi, donde proviene la tua ricchezza? La devi a un altro? E quest’altro a chi la deve? A suo nonno, si dice, a suo padre. Ora, risalendo lungo l’albero genealogico, potrai fornire la prova che tale proprietà è stata guadagnata in modo giusto? Non lo puoi. Al contrario, l’inizio, la radice della stessa si trova in qualche atto di ingiustizia…Perché Dio al principio dei tempi non ha creato uno povero e l’altro ricco…E dunque la comunanza dei beni è per la nostra vita la forma più adeguata che non la proprietà privata, ed è conforme a natura” (Commento alla Prima Lettera a Timoteo)

Peccato che, dopo tanti bei discorsi, anche quest’autore si limiti a inveire contro i ricchi e, alla fine, faccia addirittura l’elogio della povertà e si spinga alla tracotanza di mostrare quasi pietà per gli sventurati ricchi:

“[i ricchi] spesso restano tutta la notte insonni…Per contro il povero, una volta terminata la sua fatica giornaliera, ha le membra stanche e gli basta coricarsi che già se lo porta via un sonno dolce e profondo, in cui egli trova un premio non trascurabile per le sue oneste fatiche

Di conseguenza, a suo avviso,

Se eliminassi la povertà, distruggeresti l’intera struttura della vita…Se tutti fossero ricchi, tutti vivrebbero nell’inerzia…e allora tutto ne uscirebbe a pezzi e andrebbe in rovina

Clemente Alessandrino promette il paradiso anche ai capitalisti e ammonisce i poveri che si sollevano contro di loro. Del resto, abitando nella ricca Alessandria, questo padre della chiesa scriveva già per i cristiani colti e benestanti; egli non manca di definire “ricco” l’apostolo Matteo e di insegnare che l’umanità non potrebbe esistere, se non ci fosse qualcuno in possesso di qualcosa.
Nel IV secolo, Gregorio Nazianzeno concepisce la ricchezza come benedizione di Dio per gli uomini pii; e così mantenne per tutta la vita il possesso dei suoi vasti latifondi, che lasciò in eredità ai poveri solo nella legazione testamentaria.


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