domenica 24 agosto 2014

I cristiani sono "superiori"
ai musulmani?

di Giuseppe Verdi

Sul “Giornale” di ieri, 23 agosto,  è comparso in prima pagina un articolo il cui titolo è tutto un programma: “Perché i cristiani sono superiori”. L’autore del pezzo è Camillo Langone.
Di seguito, riporto la prima parte, quella più significativa:

“Dio sarà anche lo stesso ma le religioni, ossia le forma pubbliche della fede in Dio, sono tutte diverse. Cristianesimo e Islamismo, in particolare, e nonostante i vaniloqui sul comune padre Abramo, per certi versi sono addirittura agli antipodi. Lo dimostra la telefonata tra il papa e i famigliari del povero James Foley. La madre del povero giornalista americano decapitato in Iraq, cattolicissima come il marito e come il figlio che aveva studiato in un’università di gesuiti e si era sostenuto durante la lunga prigionia recitando il rosario, non ha gridato parole di vendetta come tradizionalmente accade nel mondo musulmano quando viene uccisa una persona cara. E non perché la signora Foley è buona e le madri musulmane sono cattive, ma perché la signora Foley è figlia del Vangelo, che insegna il perdono, e le madri musulmane sono figlie del Corano, che esorta alla vendetta.
(…) Pensate che io sia un islamofobo ottuso? Che parli sulla base di pregiudizi? Allora andate a leggervi la Sura della Vacca che poi sarebbe il secondo capitolo del loro testo sacro: “in materia d’omicidio v’è prescritta la legge del taglione: libero per libero, schiavo per schiavo, donna per donna”. L’esatto contrario del porgere l’altra guancia e, già che ci siamo, un ottimo modo per giustificare, con la scusa di Allah clemente e misericordioso, l’inferiorità della donna e la schiavitù dei vinti. E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che le religioni sono tutte uguali? Che si informi, che studi”.

Segue un approfondimento sulla telefonata papa/signora Foley e una disamina della “fede tiepida” del clero cattolico, puntellata dall’esempio del cardinale Ravasi che esprime dubbi sulla stessa resurrezione.

Caro signor Langone,
parto dal suo quesito: “pensate che io sia un islamofobo ottuso?”
Non lo so, ma di sicuro lei fa di tutto affinché chi la legge sia assalito dal dubbio.
Sorvolo su alcune inesattezze di fondo, come la definizione delle religioni come “forma pubblica della fede in Dio”, espressione semplicistica che considera un solo aspetto di sistemi complessi fatti di dogmi, riti, sacramenti, aspetti interiori ed esteriori, scritture, etc. Non è certo questo il problema che affligge il suo articolo. E soprattutto, a scanso di equivoci, premetto che nutro il massimo rispetto per Foley e che condanno senza appello il fanatismo di cui è caduto vittima.
Il problema, Langone, è che trovo il suo pezzo palesemente filo-cristiano, intriso com’è di elogi all’indirizzo del papa, della signora Foley e del giornalista ucciso, del quale, a suo avviso, i tratti più degni di menzione sono il fatto di appartenere a una famiglia cattolica, avere studiato dai gesuiti e avere recitato il rosario durante la prigionia.
Il bello è che, pur di puntellare il suo punto di vista filo-cristiano, lei non esita a utilizzare le fonti come più le fa comodo. Ciò avviene, in particolare, quando, per evidenziare l’inclinazione del cristianesimo al perdono e dell’islamismo alla vendetta, lei mette a confronto Vangelo e Corano. Errore metodologico, Langone. E non so se in buona o in malafede.
Se, infatti, dobbiamo valutare queste due religioni sulla base dei loro “testi sacri”, risulta scorretto mettere sul piatto della bilancia il Vangelo e il Corano. Piuttosto, sarebbe giusto considerare nella loro interezza le “scritture” cristiane e islamiche e, quindi, parlare della Bibbia e non solo del Vangelo, che (immagino lo sappia) della prima costituisce solo una parte, per di più abbastanza esigua.
Ecco. In questo modo le due grandi religioni possono confrontarsi ad armi pari.
E che cosa scopriamo? Che, tenendo conto della Bibbia nella sua interezza, vale a dire sia dell’Antico che del Nuovo Testamento (del quale i vangeli fanno parte), emerge un Dio dei padri (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosé, etc.) sanguinario, geloso, vendicativo e partigiano quanto e più di Allah, che urla vendetta e chiede sangue in misura quanto meno pari a quella che lei ritiene caratteristica del solo dio islamico.
La legge del taglione, ad esempio, che lei cita quale norma primitiva ed esclusiva della religione musulmana, non si trova solo nel Corano, ma anche in quell’Antico Testamento che lei ben si guarda dal citare:

“Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all’altro” (Levitico 24:19-20)

È la Bibbia, Langone. È il testo sacro di ebrei e cristiani.

“Se accade un incidente mortale, devi dare anima per anima, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, marchio per marchio, ferita per ferita, colpo per colpo” (Esodo 21:23-25)

È ancora la Bibbia, Langone, è l’Antico Testamento, “testo sacro” degli ebrei quanto dei cristiani.

“Con quello con cui uno ha peccato, con quello stesso sarà castigato” (Sapienza 11:16).

È sempre la Bibbia, Langone.
Quella Bibbia nella quale troverà non solo quest’esplicito avallo del taglione, ma anche altri due tratti da lei ritenuti tipici dell’islamismo: l’inferiorità della donna e la schiavitù dei vinti.
Il Corano è stato scritto non meno di dieci secoli dopo i brani biblici che ho riportato sopra. Non è che, in fondo, Maometto si sia ispirato al buon dio ebraico-cristiano? Molto probabile, visto che, fra l’altro, secondo la tradizione fu il giudeo-cristiano angelo Gabriele a dettare il Corano a Maometto!
Già immagino la sua replica, che poi è il prevedibile, scontato copione seguito dai cristiani quando viene tirato in ballo l’Antico Testamento: “è superato, la morte e la resurrezione di Gesù hanno stabilito una nuova alleanza”. Davvero? Strano, perché più di un papa (fino al secolo scorso) ha proclamato la pari dignità dell’Antico e del Nuovo Testamento, definendoli entrambi “verità storica senza errore”. Inoltre, la stessa alleanza tra Dio e Abramo viene definita “perenne” e mai Gesù sconfessa la legge mosaica (anzi!), che verrà “abrogata” solo dal vero fondatore del cristianesimo, quell’opportunista o visionario (o entrambi) che risponde al nome di “san” Paolo.
Ciò appurato, caro Langone, risulta proibitivo conciliare il dio cruento dell’Antico Testamento (sul quale lei sorvola) con il messaggio evangelico di pace e amore, che, a suo avviso, è “l’esatto contrario” del messaggio islamico. Ne è sicuro?
Ecco che cosa si dice del suo Gesù tutto amore e misericordia nel vangelo di Giovanni:

“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

“Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui”.

L’ira di Dio. Vede, Langone, che alla fine il padre non è cambiato, è sempre quel tipetto irascibile dell’Antico Testamento e, in fondo, è sempre lui che tiene in mano il gioco?
Nel suo articolo, lei conclude chiedendo: “qualcuno ha ancora il coraggio di dire che le religioni sono tutte uguali? Che si informi, che studi”.
Beh, si dia le risposte da solo.
L’islamismo non è diverso da ciò che era il cristianesimo non molti secoli fa, quando crociate, inquisizione e colonizzazione sparsero sangue in quantità indicibile.
La guerra santa è un’invenzione cristiana.
L’Islam, che l’ha pure subita, sta semplicemente ripercorrendo le tappe del cristianesimo.
Dopo tutto, non è una colpa essere di sei secoli più giovane.
Nessuna religione è migliore o peggiore delle altre.
Semplicemente, come sognava il buon John Lennon, non dovrebbe esisterne alcuna.
Allora sì che non staremmo qui a fare stupidi confronti e a piangere milioni di morti protestanti, cattolici, indù, musulmani, “pagani”. Tutti degni del medesimo rispetto, a prescindere dalla follia comune ai loro culti.



Per le festività di fine anno,
regala AgendAtea 2015.

AgendAtea 2015
Euro 8,00 spese di spedizione incluse
Pagamento con Postepay
o bonifico bancario
https://www.facebook.com/pages/AgendAtea-2015/733778753385522?ref=hl

martedì 19 agosto 2014

Don Gelmini è morto,
evviva don Gelmini

di Massimo Maiurana
(UAAR Ragusa)

La tendenza delle parti politiche a fare quadrato intorno ai propri uomini e donne, quando questi sono coinvolti in vicende a dir poco sconvenienti, è nota e, probabilmente, anche naturale, anche se oggettivamente non si manifesta allo stesso modo in tutte le realtà e a tutte le latitudini. Quando poi, soprattutto da noi, sotto la lente finiscono esponenti del culto dominante ecco che il quadrato si estende a tutte, o quasi, le parti in gioco. Perché il chierico non è quasi mai un avversario, è sempre un alleato o potenziale tale, quindi la sua difesa non può essere delegata ad altri ma, anzi, occorre fare in modo di distinguersi in essa, magari di metterci per primi il cappello sopra. E nel momento in cui morte, inevitabilmente, sopraggiunge, i trascorsi vengono convenientemente filtrati in base alla regola che ci vuole tutti belli alla nascita e tutti bravi alla morte.
Così, appreso della morte di Pierino Gelmini, ex don già insignito della cittadinanza onoraria di Vittoria, il sindaco del comune ragusano ha pensato di prendere metaforicamente penna e calamaio e affidare a un comunicato stampa ufficiale il cordoglio per la sua scomparsa, scrivendo tra le altre cose che “ogni vittoriese amava e ama don Gelmini”. Proprio tutti tutti? Sicuro che tra i sessantamila e passa abitanti non ce ne sia nemmeno uno a cui invece stava antipatico? Eppure di motivi ce ne sarebbero, al netto ovviamente della fondazione di una rete di comunità di recupero per tossicodipendenti che oggi sembra essere l’unica cosa che ha fatto.
In realtà, Gelmini ha fatto molto altro, e ben poco di cui potersi vantare. Nel lontano 1965 decise di acquistare una splendida tenuta sull’Appennino toscano, pagandola con assegni per 200 milioni di lire dell’epoca, una cifra non certo modesta. Il problema fu che quegli assegni risultarono scoperti, quindi il sacerdote finì denunciato, processato e condannato a tre mesi di reclusione. Dopo soli altri quattro anni Gelmini subisce un’altra condanna per emissione di assegni a vuoto (“il lupo perde il pelo…”), truffa e bancarotta fraudolenta per il fallimento di una cooperativa edilizia targata ACLI di cui era tesoriere. In tutto quattro anni di reclusione interamente scontati in carcere.
Qualcuno magari potrà pensare che questi siano stati errori di gioventù, che poi il prete sia rinsavito e abbia dedicato la sua vita ai derelitti come vuole la vulgata comune. In realtà a questo punto siamo semplicemente all’apice, non all’epilogo. Negli anni successivi Gelmini riesce a collezionare una condanna in primo grado per corruzione, che viene poi ribaltata in appello, una denuncia per abuso edilizio e, dulcis in fundo, un processo per presunti abusi sessuali commessi nelle sue case di accoglienza, che è stato temporaneamente sospeso per l’aggravarsi delle condizioni di salute di Gelmini e che avrebbe dovuto riprendere l’anno prossimo. In seguito a quest’ultima accusa Gelmini ha chiesto di essere ridotto allo stato laicale. Già, perché nonostante tutti i trascorsi e le condanne passate in giudicato, la Chiesa non ha mai preso nessun provvedimento nei suoi confronti. Giusto un’ammonizione per l’utilizzo indebito del titolo di monsignore.
Perfino la gestione delle sue comunità incontro è stata sempre opacissima, al punto da dare adito a diverse voci che vi vedevano un business messo in piedi per rastrellare denaro e favori. Politicamente vicino alla destra ha potuto contare sull’amicizia di personaggi del calibro di Berlusconi, Fini e Gasparri. In particolare l’ex cavaliere aveva pensato a Gelmini come possibile ministro del suo primo governo, e in occasione dei festeggiamenti per l’ottantesimo compleanno del sacerdote si presentò con un regalo strabiliante: un assegno di ben cinque milioni di euro. Tuttavia, in varie occasioni il don ha messo in imbarazzo i suoi amici pronunciando frasi contro i musulmani, le toghe rosse, i poliziotti infami e addirittura invitando un cardinale a lanciarsi in un burrone.
Alla luce di tutto questo, sindaco Nicosia, continua a pensare che non esistano vittoriesi che non abbiano amato Gelmini? E che valga veramente la pena di lanciarsi a nome della cittadinanza in lodi per un personaggio a dir poco equivoco? Già che ci siamo rivolgiamo la stessa domanda anche all’ex sindaco di Vittoria, ed ex deputato regionale, Francesco Aiello, che si unisce nelle lodi al compagno di partito (ma non di percorso) Nicosia. Alla fine un prete mette temporaneamente d’accordo tutti, il giorno dopo si può ricominciare con le rivalità.