martedì 1 luglio 2014


Amorevoli boia:
la chiesa e la “perversione sodomita”

di Giuseppe Verdi

Il mondo antico assunse posizioni abbastanza variegate nei riguardi dell’omosessualità, che, comunque, fu piuttosto tollerata nella civiltà romana e considerata del tutto normale in quella greca. Con l’avvento del cristianesimo (ben supportato dalla Bibbia), invece, esplose quell’omofobia che ancora oggi permea molti paesi a maggioranza cristiano-cattolica.
Secondo l’interpretazione dominante, alla base della condanna dell’omosessualità da parte cristiana un ruolo fondamentale ha giocato l’episodio biblico di Sodoma e Gomorra, nel quale le due città sarebbero state incenerite perché tutti vi praticavano rapporti omosessuali, che appunto da esse presero il nome di “sodomia” (e chissà perché non di “gomorria”). A fugare qualsiasi dubbio che la tradizione della chiesa veda nell’episodio biblico di Sodoma e Gomorra l’origine del “peccato” di omosessualità sono lo stesso Agostino e papa Gregorio I Magno, che a quell’aneddoto fanno esplicito riferimento.
L’omosessualità, inoltre, viene esplicitamente condannata dalla legge mosaica (in particolare Levitico 20:13 e Deuteronomio 22:5), che prevede anche la pena di morte per chi si macchi di cotanto “abominio”.
Da parte cristiana, il primo a tuonare contro l’omosessualità non poteva essere che “Paolo il visionario”, che nella Lettera ai Romani parla di “atti ignominiosi di uomini con uomini”.
È curioso scoprire che la condanna dell’omosessualità, da parte della chiesa, ebbe inizio con uno specifico riferimento agli “stupratori di fanciulli” (Concilio di Elvira, 300 d.C. circa). Per quanto l’espressione non debba far pensare necessariamente a un rapporto violento, ma anche a rapporti con persone consenzienti e non più in età infantile, va sottolineato che il padre della chiesa Basilio (IV secolo) prevedeva, per un religioso che avesse molestato un giovane, sei mesi di carcere duro e sei mesi di penitenza, a differenza della chiesa odierna, che il più delle volte si limita a trasferire da una parrocchia all’altra i preti pedofili.
Ben presto, però, la crociata antigay prese il volo come la colomba di Noé. Sempre nel IV secolo, Giovanni Crisostomo definiva la “mania per i maschi” come il peggiore dei peccati. En passant, noteremo che quest’autore cristiano riteneva l’omosessualità femminile ancora più vergognosa.
Poco dopo, il “vizio dei sodomiti” fu definitivamente dichiarato “contro natura” da Agostino nelle Confessioni. Con lui, tuttavia, la condanna si sposta su un piano diverso: l’atto omosessuale, infatti, non viene disapprovato solo perché inusuale, ma anche in quanto “rapporto sterile”, cioè finalizzato solo al piacere, senza possibilità di procreare; il che non deve sorprenderci, visto che Agostino si spinge a condannare addirittura il sesso matrimoniale, se i coniugi tentano di evitare la procreazione.
Nel 1049, una furibonda invettiva contro l’omosessualità giunse da san Pier Damiani, autore del Libro di Gomorra, dedicato a papa Leone IX e involontaria testimonianza del dilagare dei rapporti omo all’interno del clero. Più del libro, appare interessante la risposta del papa, Noi più umanamente, pubblicata nel 1051 e nella quale il pontefice, pur escludendo dalla chiesa chi si fosse macchiato di quella “sozzura”, volendo essere più “umano” ordinava che fossero lasciati al loro posto “quelli che hanno emesso il seme o con le mani o scambievolmente con qualcun altro e anche quelli che l’hanno emesso per coito interpersonale, se non è una pratica che dura da molto tempo o compiuta con molti uomini e se essi hanno trattenuto i loro desideri ed espiato questi vergognosi peccati con una penitenza adeguata”.
In sostanza il papa appare più preoccupato di mantenere la stabilità del clero che di punire le relazioni omosessuali. Quest’inizio di “tolleranza” si fece più concreto quando, qualche tempo dopo, papa Alessandro II di fatto soppresse il libro di Damiani. Per la chiesa, infatti, l’obiettivo principale era la difesa del celibato; di conseguenza, l’omosessualità di un prete poteva essere vista come una valvola di sfogo tollerabile (meglio gay che sposati!) e tale essa fu considerata spesso anche in seguito, al punto da tollerare o coprire una “valvola di sfogo” ben più grave, vale a dire la pedofilia, utilizzando in tal caso il medesimo criterio impiegato da Leone IX: lasciare i rei al loro posto, tutt’al più spostandoli in un’altra parrocchia.
Questa “tolleranza”, tuttavia, rimase un fenomeno meramente interno ai ranghi del clero. Sul piano dottrinale, infatti, la chiesa confermò in pieno la propria posizione di intolleranza verso i “sodomiti”, tanto che nel 1179 il concilio Lateranense III previde la reclusione in monastero per i chierici e la scomunica per i laici.
La condanna si fece quanto mai aspra con Gregorio IX (XIII secolo), che espresse tutto il millenario disprezzo cristiano verso gli omosessuali, il cui “peccato” definì il più “abominevole” tra tutti (compresi evidentemente stupratori, serial killer, etc.). Come se non bastasse, poi, se fino ad allora si cercava di sradicare quella “lebbra” con la predicazione, anche gli omosessuali cominciarono a incorrere nei tribunali dell’Inquisizione e in misure severe quali la castrazione pubblica.
In un contesto sociale e culturale ormai completamente intriso di cattolicesimo, era inevitabile che il “peccato” dell’omosessualità cominciasse ben presto a essere considerato “devianza” e, quindi, “malattia”. Al riguardo, il pensiero cattolico si sintetizza nella posizione di Tommaso d’Aquino, a cui parere l’omosessualità è da condannare in primo luogo come “intemperanza”, ma soprattutto perché è “contro natura” come qualsiasi atto sessuale non finalizzato alla procreazione.
Particolarmente interessante è, poi, il tentativo di Tommaso di spiegare il “perché” dei comportamenti omosessuali. In sostanza, a suo avviso, in certi casi l’omosessualità è una “deviazione” indotta da abitudini acquisite, mentre in altri è frutto di una “morbosità interna” congenita. In ogni caso, per Tommaso siamo in presenza di una “abitudine perversa”, simile a una “malattia” curabile o no a seconda che sia indotta o congenita.
Nel XIV e nel XV secolo, la “devianza” omosessuale fu attaccata da santa Caterina da Siena (la squilibrata che beveva il pus dei malati; si veda il mio Cristianaggini), che la definì “il peccato che fa schifo” anche ai demoni. A dir poco patetica la spiegazione “scientifica” avanzata dagli inquisitori Kramer e Sprenger nel famigerato Malleus maleficarum (il “manuale” per la caccia alle streghe), secondo i quali i sodomiti raramente vivrebbero oltre i trentatré anni, vale a dire “il tempo della vita mortale di Cristo”.
Con questo clima di persecuzione e questo sostrato dottrinale, non c’è da sorprendersi se nel XVI secolo, insieme all’Inquisizione, giunse all’apice anche la repressione degli omosessuali, il che significava quasi sempre la pena di morte, tanto per i chierici quanto per i laici.
Da allora, nulla è cambiato, se non (con sommo dispiacere del clero, riteniamo) la sopravvenuta impossibilità di ammazzare i gay. In ogni caso, ancora nel 1975, nella Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale, la chiesa definiva l’omosessualità “mancanza di evoluzione sessuale normale” (frutto di abitudine e quindi  non incurabile) o “costituzione patologica” (quindi incurabile). Unica differenza, rispetto ai tempi di Tommaso d’Aquino, l’atteggiamento verso questi individui “anomali”, che adesso, secondo Paolo VI, vanno giudicati “con comprensione”.
Solo parole, purtroppo. Già, perché a partire dagli scorsi anni ’80, con Ratzinger a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi papa, la chiesa ha ripreso la sua crociata contro gli omosessuali, rifiutando qualsiasi atto sessuale estraneo al vincolo matrimoniale e a finalità riproduttive. Non era forse Ratzinger che, nell’intervista Rapporto sulla fede, affermava quasi schifato che “addirittura dei vescovi abbiano messo a disposizione dei gay delle chiese per le loro manifestazioni” e, ribadendo la (presunta) “inscindibilità” tra matrimonio-sessualità-procreazione, manifestava una radicale intolleranza verso i gay, soggetti a suo avviso protesi unicamente a soddisfare la loro libido e, quindi, privi di diritti?
Le posizioni di Ratzinger si fecero ancor più esplicite nella Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali (titolo già altamente offensivo e arrogante), da lui redatta nel 1986. Il futuro Benedetto XVI non esitava a definire l’omosessualità “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale” e, quindi, “inclinazione oggettivamente disordinata”. Poi, sottolineava che “l’attività omosessuale non esprime un’unione complementare, capace di trasmettere la vita” ed esorcizzava il rischio di “una legislazione civile che protegga un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto”, per concludere, con la consueta prevedibilità cattolica, che “le persone omosessuali sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità”.
Particolarmente sinistro risulta il passaggio in cui Ratzinger così si esprimeva:

“…In particolare i Vescovi si premureranno di sostenere…lo sviluppo di forme specializzate di cura pastorale per le persone omosessuali. Ciò potrebbe includere la collaborazione delle scienze psicologiche, sociologiche e mediche, sempre mantenendosi in piena fedeltà alla dottrina della Chiesa

Oh bella! Sorvolando sul quasi minaccioso ricorso alla “cura pastorale”, come si fa a conciliare quest’ultima con il mondo scientifico, rimanendo sempre in linea con la dottrina della chiesa? Allora perché non proporre un trasferimento in massa dei gay a Lourdes?
Sulla base di siffatte posizioni, non risulta sorprendente scoprire che per Ratzinger non è ingiusto discriminare gli omosessuali. Era sempre l’attuale papa emerito, infatti, a scrivere nel 1993: “Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tenere conto della tendenza sessuale; per esempio, nella collocazione di bambini in adozione o affido, nell’assunzione di insegnanti o allenatori sportivi [di preti, no?!], nel servizio militare. Le persone omosessuali, in quanto persone umane, hanno gli stessi diritti di tutte le altre persone...Nondimeno, questi diritti non sono assoluti. Essi possono venire legittimamente limitati a motivo di un comportamento esterno oggettivamente disordinato”; e poi: “non esiste alcun diritto all’omosessualità, la quale pertanto non può costituire la base per rivendicazioni giudiziali”. 
Infine, una chiosa da incorniciare: “C’è il pericolo che una legislazione che trasformi l’omosessualità in una fonte di diritto possa di fatto incoraggiare le persone con tendenze omosessuali a dichiarare la loro omosessualità o addirittura a cercare dei partners allo scopo di sfruttare le disposizioni di legge”: senza parole.
Con grande coerenza, una volta divenuto papa, Ratzinger approvò la Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali, che esclude dal sacerdozio chi sia anche solo di tendenza omosessuale (cosa che sarebbe interessante sapere come venisse “testata”). Il documento preclude l’ordinazione sacerdotale a quanti, seppure casti, hanno tendenze omosessuali.
Ebbene, se la dottrina cattolica in tema di omosessualità è questa, è senza dubbio coerente il fatto che la chiesa pretenda che anche lo stato consideri gli atti omosessuali “contrari alla legge naturale”. Questo disse infatti nel 1994 Giovanni Paolo II, scagliandosi contro la risoluzione del Parlamento Europeo a favore delle unioni di fatto (omo ed etero). Furono dichiarazioni di rara tracotanza, nelle quali il papa polacco richiamava il supremo organo sovranazionale a considerare “comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio” e “male morale” quelli che, in realtà, sono tali per la chiesa. In altre parole, come sempre la chiesa tende a considerare principi assoluti quelle che sono semplicemente le sue posizioni e auspica che le leggi recepiscano certe paranoie cattoliche in quanto coinciderebbero con la “legge naturale”.
Per concludere, solo due parole in merito all'attuale papa, Francesco, che qualche mese fa mandò letteralmente in fibrillazione i media affermando "Chi sono io per giudicare i gay?", frase che è diventata un simbolo della sua (presunta) apertura verso il mondo LGBT. In realtà, a quelle parole non è seguito alcun atto concreto. Riteniamo pertanto che, a proposito di omosessualità, la posizione di Bergoglio rimanga quella da lui espressa nel 2010, quando era vescovo di Buenos Aires: “è un regresso antropologico”.
Come Strega per sempre, anche quest’articolo, chiaramente, non è che una rapida sintesi e, quindi, inevitabilmente incompleta. Tutti i lettori, pertanto, sono invitati a contribuire, ovviamente in maniera costruttiva.

1 commento:

  1. Questa storia e' assurda quanto vera, sembra uscita da un film comico demenziale e riguarda Papa Francesco e il Monsignor Ricca: colui incaricato dal pontefice di ripulire lo Ior dalle intricate operazioni finanziarie.

    Il Monsignor Ricca prima di ricevere l' incarico dal Papa, conosciuto a Casa Santa Marta (dove quest' ultimo alloggia fin dall' inizio del suo pontificato) esercitava la funzione di Nunzio Apostolico ( diplomatico del Vaticano) in Uruguay, dove intrecciava una relazione con un militare alla luce del sole suscitando la perplessita' e la disapprovazione dei fedeli, che comunicarono alla Santa Sede la condotta deviata del monsignore.

    La Santa Sede, adirata, lo richiamo' presto in Italia per aver manifestato deliberatamente la sua omosessualita'.

    Ricca, facendo parte di un corpo diplomatico ebbe il privilegio di evitare i soliti controlli dei propri bagagli quando si reco' in aeroporto per intraprendere il viaggio aereo che lo avrebbe riportato nel vecchio continente, procedura pero' obbligatoria per il suo amante ( deciso a seguirlo fino a Roma ) nonostante il monsignore dava per scontato che entrambi avessero goduto del privilegio di saltare il boarding gate.

    Il personale dell' aereoporto durante il controllo allo scanner del bagaglio del militare noto' qualcosa di anomalo all' interno di esso e gli impedirono momentaneamente di imbarcarsi per il volo.

    Confiscata la valigia e convocato un giudice che approvasse l' apertura e il controllo di quest' ultima, gli ispettori trovarono all' interno dei falli di gomma, dei frustini in pelle e altri tipi di oggetti che si possono acquistare esclusivamente nei sexy shop.

    Rientrato finalmente in Italia all' ex Nunzio Apostolico fu affidato una sorta di ruolo subordinato che consisteva appunto nella gestione del pensionato di Santa Marta ( luogo dove alloggiano i sacerdoti in visita al Vaticano) come punizione per il suo stile di vita libertino in terra sudamericana.

    Qui conobbe e ricevette l' incarico per la gestione dello Ior da Papa Francesco che nonostante un controllo accurato su eventuali precedenti dell' economo di Santa Marta, non era al corrente del suo passato da gay dichiarato che se ne andava in giro in Uruguay con il suo amante sotto gli occhi dei fedeli attoniti.

    Tempo dopo i famosi "corvi" presenti in Vaticano si assicurarono che la squallida vicenda del Monsignore, ormai nominato dal Papa con i titoli di " morilizzatore" e "vigilantes" dello Ior , trapelasse all' interno delle mura leonine per far si che arrivasse anche all' orecchio di Bergoglio che durante il suo viaggio in Brasile ( pagato con i soldi dei contribuenti italiani ) , circondato dal solito esercito di giornalisti, ricevette da uno di loro una domanda sul perche' un personaggio discutibile come il monsignor Ricca fosse al comando dello lor e la risposta del Papa, profondamente imbarazzato perché preso contropiede fu la famosa frase: " chi sono io per giudicare i gay" ,che, estrapolata dal suo contesto e strumentalizzata da tutte le testate mondiali con l' intenzione di far presagire un epocale apertura della chiesa nei confronti degli omosessuali, non era altro che un affermazione di circostanza visto l' inaspettata domanda riferita allo stile di vita licenzioso del monsignore.

    Al minuto 27:17 trovate la vicenda descritta.
    https://m.youtube.com/#/watch?v=JkHjWlxL72g

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