martedì 29 luglio 2014

Bergogliaggini

di Giuseppe Verdi

Sarà un mio pensiero, ma ritengo che molti siano d’accordo con me nel ringraziare (metaforicamente, è ovvio) il cielo per averci fatto dono di questo papa, che, come e più del suo predecessore, offre ripetutamente al mondo “miscredente” gaffe e banalità in quantità talmente abbondante che, a un anno e mezzo circa dalla sua elezione al soglio pontificio, già consentirebbe di riempire un corposo volume.
Se, poi, all’innata propensione di questo papa a offrire il fianco alle critiche aggiungiamo una serie di circostanze, episodi e situazioni che lo espongono ulteriormente (quasi ci fosse dietro una grottesca regia divina) a momenti di imbarazzo, il quadro è completo, per la gioia di tutti noi scomunicati.

Un esempio?
Giusto due giorni fa, durante la diretta televisiva della messa celebrata da Bergoglio a Caserta e andata in onda sull’emittente della Conferenza Episcopale Italiana, Tv2000, una raffica di bestemmie e di volgarità ha improvvisamente raggiunto le orecchie degli ascoltatori, che, riteniamo, ne siano rimasti sconvolti e feriti nella loro proverbiale sensibilità di fedeli.
Per essere più precisi, durante la trasmissione, mentre il papa celebrava tranquillamente la messa, qualcuno è riuscito a inserirsi e, coprendo l’audio della celebrazione per alcuni minuti, si è prodotto in una lunga sfilza di parolacce e bestemmie. Chissà quale sarà stata la reazione di tanti bravi fedeli intenti a seguire la messa e, sicuramente, anche degli ecclesiastici sintonizzati sulle frequenze di Tv2000. Possiamo solo immagire lo sdegno per cotanto oltraggio meritevole di scomunica immediata! Naturalmente, sono seguite le immediate scuse dei due telecronisti, don Filippo Di Giacomo e Monica Di Loreto (tra le fila del clero c’è una bizzarra abbondanza di cognomi dal sapore religioso!).
Sarà intercettato lo spregevole hacker televisivo? Difficile a dirsi. Impossibile, addirittura, se si dovesse accertare che dietro l’irriverente quanto abile operazione ci sia Satana in persona. Pista che, non ne dubitiamo, starà di certo seguendo il più famoso detective-esorcista cattolico, il famoso padreAmorth.

Un’altra vicenda di cui vogliamo qui occuparci chiama in causa il papa in maniera più diretta. Protagonista, insieme a Bergoglio, la mamma di Yara Gambirasio, che, secondo Il Giorno del 22 luglio scorso, avrebbe scritto una lettera al pontefice per esprimere il proprio dolore. La donna, che si chiama Maura Panarese, avrebbe inviato la missiva a Francesco quando le indagini erano ancora in alto mare.
Fin qui, nulla di strano. Il fatto curioso è che, secondo Il Giorno, Bergoglio avrebbe risposto alla signora con una telefonata, mentre la stessa madre di Yara smentisce categoricamente la notizia, affermando di non avere ricevuto dal Vaticano né telefonate né lettere.
Evidentemente, quella delle telefonate è stata solo una fase del pontificato dell’argentino, finita la quale la propaganda vaticana ha preferito privilegiare ora la Misericordina, ora gli inviti alla povertà, ora gli spot del papa che mangia a mensa insieme ai (suoi) dipendenti.
Oppure, la madre di Yara è stata ritenuta meno meritevole di una parola di conforto rispetto ad altri, più fortunati membri del gregge cattolico, che potranno raccontare ai propri nipoti di quel meraviglioso giorno in cui alzarono la cornetta del telefono e sentirono dall’altra parte la celestiale voce del papa.

Un terzo e ultimo episodio di cui ci occupiamo in questo post è meno recente dei primi due, ma desidero riprenderlo brevemente in quanto i media gli hanno riservato uno spazio minimo, se non nullo.
Com’è noto, nello scorso mese di giugno il papa ha voluto organizzare un incontro e una “preghiera per la pace” con i presidenti di Palestina e Israele, Abu Mazen e Shimon Peres. Al di là della constatazione che, dopo quell’incontro, anziché migliorare, i rapporti tra Palestina e Israele si sono a dir poco incrinati, pochi sanno che, quell’8 giugno, un imam sunnita palestinese ha invocato la guerra santa leggendo davanti a Bergoglio la Sura II del Corano: “Tu  sei il nostro patrono, dacci la vittoria sui miscredenti”, ha recitato l’imam, rivolgendosi al suo dio, Allah.
Situazione grottesca e fortemente imbarazzante, soprattutto perché l’imam ha lanciato quel proclama non certo da una moschea, ma dal bel mezzo dei giardini vaticani, a un tiro di schioppo dal buon Ciccio, che, insieme ai due leader invitati, pregava per la pace in Medioriente. Evidentemente, quella lettura non poteva essere concordata: l’imam deve avere deciso unilateralmente di apportare una piccola modifica al programma. Un “ritocco” minimo nella misura, ma enorme nella portata, visto che, come ha sottolineato Andrea Morigi su Libero, i toni duri espressi dall’imam contro i miscredenti non erano certo in linea con lo spirito della giornata di preghiera voluta da Bergoglio e, soprattutto, tenendo presente che, da un punto di vista islamico, i “miscredenti” non sono solo gli atei, ma anche i cristiani e gli ebrei.
Il bello è stato che, mentre Abu Mazen e Peres, conoscendo l’arabo, non hanno potuto nascondere un palese imbarazzo, il papa non deve averci capito una sola parola e, quindi, lì per lì non ha colto l’entità dell’accaduto, continuando a mostrare una delle due uniche facce alle quali ci ha abituato in questi diciotto mesi, vale a dire quella contrita (l’altra è quella sorridente).
A quel punto, è stato il panico. Mentre a livello ufficiale si è tentato di metterci una pezza, con Bernd Hagenkord, gesuita responsabile delle trasmissioni in tedesco di Radio Vaticana, che ha minimizzato l’accaduto tentando di fornire una diversa interpretazione del passo incriminato, Radio Vaticana ha censurato il passaggio letto dall’imam.
A quel punto, forse le gerarchie cattoliche hanno pensato di potere insabbiare la vicenda. Sennonché, avevano fatto i conti senza l’oste, che in questo caso risponde al nome di Hamed Abdel-Samad, uno scrittore arabo-tedesco, che ha tradotto il versetto e l’ha pubblicato in rete, riuscendo a garantirne un minimo di diffusione.
Quando il diavolo ci mette lo zampino! Perché il buon dio, capace di far zompare in piedi i paralitici, di far piangere le madonne e di aprire le acque marine, in quel preciso istante non ha ammutolito l’incauto religioso? O dobbiamo credere che sia stato proprio il creatore a volersi divertire di fronte alle oltre tre ore di pallosissimo cerimoniale e a danno delle tre “grandi” religioni che devono parergli autentici, tragicomici teatrini?

giovedì 17 luglio 2014

Francesco Avella:
“Una mente senza Dio”

Ecco l’ennesimo paziente che sembra aver problemi legati all’imposizione religiosa ricevuta dalla famiglia. I credenti non vogliono mettersi in testa che i figli devono essere lasciati liberi, solo senza subire influenze potranno scegliere consapevolmente la propria religione, invece fin da piccoli vengono condizionati, con la conseguenza che spesso un cristiano diventa tale solo perché nasce per puro caso in una famiglia cristiana”.

Questo è l’incipt del romanzo, nel quale viene narrata la storia di Franco Eremita, un giovane psicologo fiero di essere ateo. Franco si affeziona ad una ragazza giapponese di nome Midori, che a causa di un incidente stradale entrerà in coma e in seguito morirà. Questo evento lo manderà in crisi, soprattutto perché comincerà a fare sogni sulla sua amica defunta e, in seguito, comincerà a vederla anche nella vita reale.
Lo psicologo dovrà quindi lottare per mantenere il controllo sulla realtà, una lotta che inizierà a diventare dura quando si accorgerà che l’amica defunta cercherà di avvicinarlo a Dio. Nel romanzo, la fabula è messa in secondo piano per dare risalto alla mente senza Dio del protagonista. Quel che ne risulta è un thriller psicologico che racconta l’ateismo.
Quella che segue è la recensione di Luca Zolo su Amazon:

“Si legge volentieri e con buon passo, questo libro, nel quale la storia, vagamente thriller, fa da corollario ad una sorta di esame di coscienza, introspettivo e spirituale, del protagonista, dichiaratamente e fermamente ateo, che si viene a trovare in una serie di situazioni che tendono a minare le sue credenze più radicate. Per molti tratti si assiste all’elaborazione di alcuni concetti sulla concezione umana, esauriti con profonda analisi, direi di inclinazione quasi saggistica. Per un non credente una lettura quasi fondamentale per fissare ed elaborare alcuni punti della propria condizione, per un credente un’occasione di aprire la propria mente per cercare nuove risposte, per tutti l’occasione di passare qualche ora spensieratamente riflessiva, che è la principale cosa che si chiede ad un libro”.

Alcune riflessioni atee del protagonista:
“La vera spiritualità consiste nel distaccarsi dalla credenza in Dio per mettere al primo posto la natura e l’umanità”.
“Solo il rispetto della libertà individuale può portare ad una fratellanza veritiera, e in questo l’ateismo è più avanti di qualsiasi religione”.
“Non esiste nulla di più arrogante del credersi figli di un Dio onnipotente, pensare di essere fatti a sua immagine e somiglianza, credere addirittura che questo Dio si sia sacrificato per noi, che ci osservi per tutto il corso della nostra vita e che abbia creato l'universo per un gesto di amore nei nostri confronti”.
“Come disse Euclide, “ciò che è affermato senza prova può essere negato senza prova”, quindi è chi afferma che deve portare prove concrete, non chi nega, ed io mi limito a negare le affermazioni dei credenti”.
“Se fossi credente, mi vergognerei di essere figlio di quel Dio crudele descritto dalle religioni”.
“I credenti pregano e chiedono perdono, quando dovrebbe essere Dio a scusarsi, perché la responsabilità di tutte le cose negative del mondo ricade su di lui”.
“Se invece di imporre la religione l’uomo avesse imposto l’astrologia, oggi quasi tutti crederebbero nell’oroscopo.”

Per leggere alcuni estratti del romanzo basta andare su Google Books.


Per saperne di più sull'autore viene segnalata questa intervista su Libera il Libro.

http://www.liberaillibro.com/intervista-allautore-francesco-avella/

La pagina Facebook viene aggiornata quotidianamente con aforismi atei.


Per acquistare il romanzo trovate tutte le info sul sito dell’autore

mercoledì 16 luglio 2014

Conflitto israelo-palestinese, spuntano anche
le violenze sessuali sui bambini:
dov'è il tuo dio, Bergoglio?

di Giuseppe Verdi

Caro Bergoglio, vedo il suo dio piuttosto distratto, non crede?
O forse no, visto che nell'Antico Testamento Yahweh incita sovente il suo popolo a "passare a fil di spada" uomini, donne e bambini durante il cammino di "conquista" della terra promessa. E non venga anche lei a ripetermi la trita e ritrita litania cristiano-cattolica secondo cui l'Antico Testamento è superato dal Nuovo. Cavolate, papa. E non sono io a dirlo, ma le encicliche di alcuni suoi predecessori.
Dove sono i suoi dèi, papa? Dove stanno padre e figlio? Allora è proprio vero che tra le nuvole ci si distrae! Forse, però, quello che sta accadendo è nell'ordine naturale delle cose, visto che sono proprio i vangeli a dire che chi non segue Gesù è perduto.
La smetta di dire banalità, Bergoglio, non basta pregare per la fine della guerra. Chieda al suo dio un bel miracolo, così si mette tutto a posto. E' possibile che Padre Pio fa miracoli, Wojtyla fa miracoli, Paolo VI fa miracoli e Dio ha perduto la sua abilità?
Possibile che il meglio che il cattolicesimo riesca a dare sia qualche madonnina che lacrima sangue o spara fesserie in quel di Medjugorje?
Da bravo, Bergoglio, faccia come facevano (se dobbiamo credere alla commedia dei vangeli) Gesù e gli apostoli, si sporchi le mani, vada in mezzo al conflitto, si piazzi davanti ai carri armati come faceva qualche cinese, mandi una cinquantina dei suoi agiatissimi cardinali a organizzare un ospedale da campo (glielo consiglio in particolare per Bertone e Bagnasco).
Orsù, Ciccio, esca dal lusso delle sue stanze e vada in Israele e a Gaza. E, dopo che avrà sistemato lì le cose, si dia una mossa anche per le spose bambine, per l'infibulazione, per la lapidazione, per le donne stuprate in India e per tutte le altre, troppe porcate del mondo.
O è chiederle troppo?

mercoledì 9 luglio 2014

Attimi di gioia cristiana:
la "Congrega della Morte"...

di Giuseppe Verdi

La Confraternita della Morte e Orazione fu creata a Roma, nel 1538, con lo scopo di "seppellire quei morti che, per la loro povertà o per essere essi deceduti lontani dalla loro dimora, restano senza sepoltura o sono tumulati in luogo non sacro". Nel 1560, questa congrega fu elevata al rango di arciconfraternita e (per così dire) "capofila" di tutte le compagnie che avessero deciso di aggregarsi a essa.
Le radici della confraternita, dunque, nascono dalla scarsità di servizi "funebri" e dal fatto che i morti venivano seppelliti dai familiari benestanti, oppure dalle confraternite nel caso in cui essi ne facevano parte. Già nel 1527, peraltro, quando i Lanzichenecchi avevano attaccato e saccheggiato Roma e sul terreno erano rimasti numerosissimi cadaveri, alcuni laici avevano raccolto spontaneamente i corpi per seppellirli cristianamente. Fu tuttavia solo nel 1538 che, secondo una tradizione non documentata, tali iniziative caritatevoli cominciarono ad assumere carattere organizzativo più marcato; in quell'inverno, infatti, un insolito abbassamento delle temperature mieté vittime in gran numero.
L'attenzione della neonata "compagnia della Morte" era indirizzata prevalentemente ai cadaveri rimasti insepolti e appartenenti quasi sempre a vagabondi e pellegrini, ma anche a gente delle aree urbana e rurale che viveva ai limiti della sussistenza e le cui famiglie non erano pertanto in grado di pagare le spese del servizio funerario offerto dal clero. Tale benemerenza arrivò ben presto all'attenzione del papa e nel 1552 Giulio III ne approvò ufficialmente la costituzione, concedendole molti privilegi, a patto, però, che al titolo originale essa affiancasse quello dell'Orazione.
Dopo vari cambi di sede, nel 1575 l'arciconfraternita edificò la chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte, che nel 1733, in ragione dell'aumentato numero di adepti, fu ricostruita su progetto del celebre architetto Ferdinando Fuga. Ancora oggi, nella sacrestia di questa chiesa, si possono ammirare arredi e manufatti la cui materia prima è costituita di ossa di cadaveri.
Lo svilupparsi delle Compagnie della Morte in Italia fu impetuoso, tant'è che oggi sono ancora presenti e attive decine di Confraternite che furono aggregate all'arciconfraternita di Santa Maria dell'Orazione e Morte di Roma.
Personalmente, in questi giorni ho potuto vedere e fotografare la Chiesa del Crocifisso di Rodi Garganico (purtroppo solo esternamente, dato che sono in corso lavori di restauro), appartenente appunto alla Congrega della Morte.
Al di là dell'aspetto storico-artistico, rimane, purtroppo, la constatazione di un opprimente, soffocante ricorso al macabro, al tetro, tipico del cristianesimo, che ama presentarsi come "la religione dell'amore, della gioia e della vita" e poi crea edifici tempestati di teschi, ossa e immagini sinistre, con tanto di buca per le offerte con scritta "Ricordati di me"; sotto la quale, ispirandomi a Massimo Troisi, avrei tanto voluto scrivere "Mo' me lo segno".
"Cristianaggini" anche queste, non v'è dubbio.






lunedì 7 luglio 2014

Diavolo di un Amorth

Traggo dalla pagina Facebook della mia amica Erika Flavell:

"La chiesa cattolica da sempre ha saputo manovrare le menti dei superstiziosi creando un personaggio di fantasia, il "diavolo", che potesse suscitare terrore e soprattutto sottomissione. Servendosi del "diavolo" come capro espiatorio, la chiesa giustifica (oltre al guadagno economico per gli esorcismi) crimini e abusi commessi dai cosiddetti rappresentanti di Dio. Un chiaro abuso della credulità popolare, mai contestato da nessuno. Molto probabilmente, rendendosi conto che i secoli passano e molte persone stanno comprendendo di essere vittima di questa paradossale eresia, "il diavolo", la chiesa ha pensato di tutelare il suo amico immaginario affermando che "la trappola che usa il diavolo per ingannare gli uomini è proprio quella di far credere che non esiste": che furbizia eh!?

Nel suo post, Erika presegue parlando di Padre Amorth e di alcune sue "esternazioni" di livello talmente alto da poter competere con quelle di padre Livio di Radiomaria. Ecco il testo:

"Modenese, esorcista nella Diocesi di Roma dal 1986, fondatore dell'Associazione internazionale degli esorcisti nel 1990, conduttore radiofonico su Radio Maria, Don Gabriele Amorth è il decano mondiale degli esorcisti. La sua specialità è vedere il demonio ovunque. Ecco un breve compendio delle sue "perle".

"Lo yoga è un imbroglio, un colossale imbroglio, come tutta la filosofia sottostante ad esso"
"Halloween, una trappola del demonio, che le prova tutte. Intanto, fa schifo e mi fa schifo. Si tratta di una roba pagana, anticristiana ed anticattolica, proveniente da terre nordiche ed esplosa negli Usa".
"Se uno è nato gay, non ci può fare nulla. Deve solo cercare la castità e pregare. Io cerco, per quanto possibile, di incoraggiare queste persone, di aiutarle pastoralmente. Differente mi pare il discorso per coloro i quali non siano nati gay, ma si abbandonino a questa pratica per volontà o vizio. In questo caso, è possibile parlare di seduzione satanica".

"Fiorello in Tv ha esaltato l'uso del profilattico? Non mi meraviglierei, anzi io penso, che dietro quella indecente promozione ci sia una tentazione del demonio e che il presentatore sia stato oggetto dell'azione del Maligno".


"Il profilattico è satanico. È una creazione del demonio fatta apposta per tentare l'uomo, allontanarlo da Dio e determinarne la perdizione".

"Maometto, dal punto di vista della condotta personale, rappresentò quanto di più lontano esista dalla logica di Dio e da questa angolazione credo corretto definirlo un esempio di possessione satanica".
"Credo seriamente che lo scandalo orribile della pedofilia nel clero, o meglio parte di esso, sia frutto e figlia di una orribile e perversa macchinazione satanica, il quale ha fatto il suo ingresso anche nel Vaticano".
"Satana si nasconde subdolamente in certi spettacoli e giochi televisivi, per esempio quello dei pacchi di Affari Tuoi e nella pubblicità, assai spesso. La sua tattica è quella di far credere che non esista, che sia solo un parto della fantasia".
"Come ben sapete, Padre Pio è invocato durante gli esorcismi e il demonio lo teme, diventa furioso, schiuma rabbia. Ma quando nelle mie sedute nomino Giovanni Paolo II, Satana diventa ancor più brutale, incontrollabile, lo detesta e lo dice: quello, ovvero Giovanni Paolo, lo odio con maggior intensità di Padre Pio".
"Come ben sapete, Padre Pio è invocato durante gli esorcismi e il demonio lo teme, diventa furioso, schiuma rabbia."
"Al 90 per cento le vessazioni diaboliche sono conseguenze di malefici, cioè sono causate da persone che per vendetta o per rabbia si rivolgono a maghi e occultisti legati a Satana i quali, pagati profumatamente, si attivano per far intervenire il maligno".
"Questo avviene anche quando rubiamo, commettiamo adulterio, uccidiamo. Tutte le condotte peccaminose sono gradite ed hanno il piacere di Satana. Per la pratica omosessuale ancora di più, in quanto si concreta in atti che vanno contro la natura, offendono l'armonia del creato e lo stesso piano predisposto da Dio che prevede due soli generi, maschile e femminile volti alla procreazione".

Grazie per il prezioso collage, Erika!



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martedì 1 luglio 2014


Amorevoli boia:
la chiesa e la “perversione sodomita”

di Giuseppe Verdi

Il mondo antico assunse posizioni abbastanza variegate nei riguardi dell’omosessualità, che, comunque, fu piuttosto tollerata nella civiltà romana e considerata del tutto normale in quella greca. Con l’avvento del cristianesimo (ben supportato dalla Bibbia), invece, esplose quell’omofobia che ancora oggi permea molti paesi a maggioranza cristiano-cattolica.
Secondo l’interpretazione dominante, alla base della condanna dell’omosessualità da parte cristiana un ruolo fondamentale ha giocato l’episodio biblico di Sodoma e Gomorra, nel quale le due città sarebbero state incenerite perché tutti vi praticavano rapporti omosessuali, che appunto da esse presero il nome di “sodomia” (e chissà perché non di “gomorria”). A fugare qualsiasi dubbio che la tradizione della chiesa veda nell’episodio biblico di Sodoma e Gomorra l’origine del “peccato” di omosessualità sono lo stesso Agostino e papa Gregorio I Magno, che a quell’aneddoto fanno esplicito riferimento.
L’omosessualità, inoltre, viene esplicitamente condannata dalla legge mosaica (in particolare Levitico 20:13 e Deuteronomio 22:5), che prevede anche la pena di morte per chi si macchi di cotanto “abominio”.
Da parte cristiana, il primo a tuonare contro l’omosessualità non poteva essere che “Paolo il visionario”, che nella Lettera ai Romani parla di “atti ignominiosi di uomini con uomini”.
È curioso scoprire che la condanna dell’omosessualità, da parte della chiesa, ebbe inizio con uno specifico riferimento agli “stupratori di fanciulli” (Concilio di Elvira, 300 d.C. circa). Per quanto l’espressione non debba far pensare necessariamente a un rapporto violento, ma anche a rapporti con persone consenzienti e non più in età infantile, va sottolineato che il padre della chiesa Basilio (IV secolo) prevedeva, per un religioso che avesse molestato un giovane, sei mesi di carcere duro e sei mesi di penitenza, a differenza della chiesa odierna, che il più delle volte si limita a trasferire da una parrocchia all’altra i preti pedofili.
Ben presto, però, la crociata antigay prese il volo come la colomba di Noé. Sempre nel IV secolo, Giovanni Crisostomo definiva la “mania per i maschi” come il peggiore dei peccati. En passant, noteremo che quest’autore cristiano riteneva l’omosessualità femminile ancora più vergognosa.
Poco dopo, il “vizio dei sodomiti” fu definitivamente dichiarato “contro natura” da Agostino nelle Confessioni. Con lui, tuttavia, la condanna si sposta su un piano diverso: l’atto omosessuale, infatti, non viene disapprovato solo perché inusuale, ma anche in quanto “rapporto sterile”, cioè finalizzato solo al piacere, senza possibilità di procreare; il che non deve sorprenderci, visto che Agostino si spinge a condannare addirittura il sesso matrimoniale, se i coniugi tentano di evitare la procreazione.
Nel 1049, una furibonda invettiva contro l’omosessualità giunse da san Pier Damiani, autore del Libro di Gomorra, dedicato a papa Leone IX e involontaria testimonianza del dilagare dei rapporti omo all’interno del clero. Più del libro, appare interessante la risposta del papa, Noi più umanamente, pubblicata nel 1051 e nella quale il pontefice, pur escludendo dalla chiesa chi si fosse macchiato di quella “sozzura”, volendo essere più “umano” ordinava che fossero lasciati al loro posto “quelli che hanno emesso il seme o con le mani o scambievolmente con qualcun altro e anche quelli che l’hanno emesso per coito interpersonale, se non è una pratica che dura da molto tempo o compiuta con molti uomini e se essi hanno trattenuto i loro desideri ed espiato questi vergognosi peccati con una penitenza adeguata”.
In sostanza il papa appare più preoccupato di mantenere la stabilità del clero che di punire le relazioni omosessuali. Quest’inizio di “tolleranza” si fece più concreto quando, qualche tempo dopo, papa Alessandro II di fatto soppresse il libro di Damiani. Per la chiesa, infatti, l’obiettivo principale era la difesa del celibato; di conseguenza, l’omosessualità di un prete poteva essere vista come una valvola di sfogo tollerabile (meglio gay che sposati!) e tale essa fu considerata spesso anche in seguito, al punto da tollerare o coprire una “valvola di sfogo” ben più grave, vale a dire la pedofilia, utilizzando in tal caso il medesimo criterio impiegato da Leone IX: lasciare i rei al loro posto, tutt’al più spostandoli in un’altra parrocchia.
Questa “tolleranza”, tuttavia, rimase un fenomeno meramente interno ai ranghi del clero. Sul piano dottrinale, infatti, la chiesa confermò in pieno la propria posizione di intolleranza verso i “sodomiti”, tanto che nel 1179 il concilio Lateranense III previde la reclusione in monastero per i chierici e la scomunica per i laici.
La condanna si fece quanto mai aspra con Gregorio IX (XIII secolo), che espresse tutto il millenario disprezzo cristiano verso gli omosessuali, il cui “peccato” definì il più “abominevole” tra tutti (compresi evidentemente stupratori, serial killer, etc.). Come se non bastasse, poi, se fino ad allora si cercava di sradicare quella “lebbra” con la predicazione, anche gli omosessuali cominciarono a incorrere nei tribunali dell’Inquisizione e in misure severe quali la castrazione pubblica.
In un contesto sociale e culturale ormai completamente intriso di cattolicesimo, era inevitabile che il “peccato” dell’omosessualità cominciasse ben presto a essere considerato “devianza” e, quindi, “malattia”. Al riguardo, il pensiero cattolico si sintetizza nella posizione di Tommaso d’Aquino, a cui parere l’omosessualità è da condannare in primo luogo come “intemperanza”, ma soprattutto perché è “contro natura” come qualsiasi atto sessuale non finalizzato alla procreazione.
Particolarmente interessante è, poi, il tentativo di Tommaso di spiegare il “perché” dei comportamenti omosessuali. In sostanza, a suo avviso, in certi casi l’omosessualità è una “deviazione” indotta da abitudini acquisite, mentre in altri è frutto di una “morbosità interna” congenita. In ogni caso, per Tommaso siamo in presenza di una “abitudine perversa”, simile a una “malattia” curabile o no a seconda che sia indotta o congenita.
Nel XIV e nel XV secolo, la “devianza” omosessuale fu attaccata da santa Caterina da Siena (la squilibrata che beveva il pus dei malati; si veda il mio Cristianaggini), che la definì “il peccato che fa schifo” anche ai demoni. A dir poco patetica la spiegazione “scientifica” avanzata dagli inquisitori Kramer e Sprenger nel famigerato Malleus maleficarum (il “manuale” per la caccia alle streghe), secondo i quali i sodomiti raramente vivrebbero oltre i trentatré anni, vale a dire “il tempo della vita mortale di Cristo”.
Con questo clima di persecuzione e questo sostrato dottrinale, non c’è da sorprendersi se nel XVI secolo, insieme all’Inquisizione, giunse all’apice anche la repressione degli omosessuali, il che significava quasi sempre la pena di morte, tanto per i chierici quanto per i laici.
Da allora, nulla è cambiato, se non (con sommo dispiacere del clero, riteniamo) la sopravvenuta impossibilità di ammazzare i gay. In ogni caso, ancora nel 1975, nella Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale, la chiesa definiva l’omosessualità “mancanza di evoluzione sessuale normale” (frutto di abitudine e quindi  non incurabile) o “costituzione patologica” (quindi incurabile). Unica differenza, rispetto ai tempi di Tommaso d’Aquino, l’atteggiamento verso questi individui “anomali”, che adesso, secondo Paolo VI, vanno giudicati “con comprensione”.
Solo parole, purtroppo. Già, perché a partire dagli scorsi anni ’80, con Ratzinger a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi papa, la chiesa ha ripreso la sua crociata contro gli omosessuali, rifiutando qualsiasi atto sessuale estraneo al vincolo matrimoniale e a finalità riproduttive. Non era forse Ratzinger che, nell’intervista Rapporto sulla fede, affermava quasi schifato che “addirittura dei vescovi abbiano messo a disposizione dei gay delle chiese per le loro manifestazioni” e, ribadendo la (presunta) “inscindibilità” tra matrimonio-sessualità-procreazione, manifestava una radicale intolleranza verso i gay, soggetti a suo avviso protesi unicamente a soddisfare la loro libido e, quindi, privi di diritti?
Le posizioni di Ratzinger si fecero ancor più esplicite nella Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali (titolo già altamente offensivo e arrogante), da lui redatta nel 1986. Il futuro Benedetto XVI non esitava a definire l’omosessualità “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale” e, quindi, “inclinazione oggettivamente disordinata”. Poi, sottolineava che “l’attività omosessuale non esprime un’unione complementare, capace di trasmettere la vita” ed esorcizzava il rischio di “una legislazione civile che protegga un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto”, per concludere, con la consueta prevedibilità cattolica, che “le persone omosessuali sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità”.
Particolarmente sinistro risulta il passaggio in cui Ratzinger così si esprimeva:

“…In particolare i Vescovi si premureranno di sostenere…lo sviluppo di forme specializzate di cura pastorale per le persone omosessuali. Ciò potrebbe includere la collaborazione delle scienze psicologiche, sociologiche e mediche, sempre mantenendosi in piena fedeltà alla dottrina della Chiesa

Oh bella! Sorvolando sul quasi minaccioso ricorso alla “cura pastorale”, come si fa a conciliare quest’ultima con il mondo scientifico, rimanendo sempre in linea con la dottrina della chiesa? Allora perché non proporre un trasferimento in massa dei gay a Lourdes?
Sulla base di siffatte posizioni, non risulta sorprendente scoprire che per Ratzinger non è ingiusto discriminare gli omosessuali. Era sempre l’attuale papa emerito, infatti, a scrivere nel 1993: “Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tenere conto della tendenza sessuale; per esempio, nella collocazione di bambini in adozione o affido, nell’assunzione di insegnanti o allenatori sportivi [di preti, no?!], nel servizio militare. Le persone omosessuali, in quanto persone umane, hanno gli stessi diritti di tutte le altre persone...Nondimeno, questi diritti non sono assoluti. Essi possono venire legittimamente limitati a motivo di un comportamento esterno oggettivamente disordinato”; e poi: “non esiste alcun diritto all’omosessualità, la quale pertanto non può costituire la base per rivendicazioni giudiziali”. 
Infine, una chiosa da incorniciare: “C’è il pericolo che una legislazione che trasformi l’omosessualità in una fonte di diritto possa di fatto incoraggiare le persone con tendenze omosessuali a dichiarare la loro omosessualità o addirittura a cercare dei partners allo scopo di sfruttare le disposizioni di legge”: senza parole.
Con grande coerenza, una volta divenuto papa, Ratzinger approvò la Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali, che esclude dal sacerdozio chi sia anche solo di tendenza omosessuale (cosa che sarebbe interessante sapere come venisse “testata”). Il documento preclude l’ordinazione sacerdotale a quanti, seppure casti, hanno tendenze omosessuali.
Ebbene, se la dottrina cattolica in tema di omosessualità è questa, è senza dubbio coerente il fatto che la chiesa pretenda che anche lo stato consideri gli atti omosessuali “contrari alla legge naturale”. Questo disse infatti nel 1994 Giovanni Paolo II, scagliandosi contro la risoluzione del Parlamento Europeo a favore delle unioni di fatto (omo ed etero). Furono dichiarazioni di rara tracotanza, nelle quali il papa polacco richiamava il supremo organo sovranazionale a considerare “comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio” e “male morale” quelli che, in realtà, sono tali per la chiesa. In altre parole, come sempre la chiesa tende a considerare principi assoluti quelle che sono semplicemente le sue posizioni e auspica che le leggi recepiscano certe paranoie cattoliche in quanto coinciderebbero con la “legge naturale”.
Per concludere, solo due parole in merito all'attuale papa, Francesco, che qualche mese fa mandò letteralmente in fibrillazione i media affermando "Chi sono io per giudicare i gay?", frase che è diventata un simbolo della sua (presunta) apertura verso il mondo LGBT. In realtà, a quelle parole non è seguito alcun atto concreto. Riteniamo pertanto che, a proposito di omosessualità, la posizione di Bergoglio rimanga quella da lui espressa nel 2010, quando era vescovo di Buenos Aires: “è un regresso antropologico”.
Come Strega per sempre, anche quest’articolo, chiaramente, non è che una rapida sintesi e, quindi, inevitabilmente incompleta. Tutti i lettori, pertanto, sono invitati a contribuire, ovviamente in maniera costruttiva.