lunedì 23 giugno 2014

L’enigma di Giovanni Battista

di Giuseppe Verdi

24 giugno: festa della nascita di san Giovanni; da non confondere con la celebrazione del 29 agosto, nella quale ricorre invece la morte del suddetto e nota come “san Giovanni decollato”, a indicare il suo supplizio per decapitazione, per quanto l’espressione possa essere intesa anche a significare il “volo” del santo martire verso il cielo.
Come che sia, Giovanni è meglio noto ai fedeli come “il Battista”, quel personaggio che, secondo i vangeli, fece da “precursore” a Gesù, aprendogli in qualche modo la strada e battezzandolo per sancire quella sorta di “passaggio di consegne”, per poi finire decapitato a seguito della ben nota vicenda legata ai capricci di Salomé e al debole di re Erode Antipa per quest’ultima. Qui, però, andremo a impantanarci in contesti e personaggi storici dei quali in genere, ai credenti, importa ben poco, abituati come sono ad accontentarsi della storiella evangelica, per quanto poco credibile essa sia.
E, a proposito scarsa credibilità, in merito alla figura del Battista esiste una notevole contraddizione tra quanto affermano i vangeli e quanto, invece, dice la storia, in particolare lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nel I secolo e autore delle monumentali Antichità Giudaiche. Com’è noto, i vangeli fanno morire il Battista ricorrendo alla tradizionale storiella secondo cui Erode Antipa si era attirato gli anatemi di Giovanni perché conviveva con Erodiade, moglie del fratellastro Filippo. Per tutta risposta, Antipa fece arrestare e mettere in prigione Giovanni; quando, poi, si invaghì di Salomè, figlia di Erodiade, lo fece decapitare dietro esplicita richiesta della ragazza, che gli aveva chiesto la testa del Battista su un vassoio d’argento. In quel periodo, il ministero di Gesù non era che all’inizio; non c’è quindi dubbio che i vangeli facciano morire Giovanni prima di Gesù, vale a dire non oltre il 30 d.C., secondo la cronologia tradizionale.
Che cosa ci racconta, invece, Giuseppe Flavio? Lo storico dedica al Battista poche righe, sufficienti però a riservarci una sorpresa. Secondo le Antichità Giudaiche, infatti, Antipa non aveva fatto arrestare Giovanni perché avesse criticato la sua relazione con Erodiade, ma, assai più concretamente, perché temeva che il suo ascendente sul popolo portasse a una sollevazione:

Quando altri si affollarono intorno a lui...Erode [Antipa] si allarmò. Un’eloquenza che esercitava una simile presa sugli uomini poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché sembrava che essi volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode, perciò, decise che era molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione. Per questo sospetto di Erode, dunque, egli fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, dove venne ucciso…” (1)

Giuseppe Flavio fa risalire la vicenda al ventesimo anno del regno di Tiberio, vale a dire il 34 d.C. Che cosa ci faceva Giovanni Battista in giro, ancora vivo e vegeto, in un’epoca nella quale secondo i vangeli era già morto da un pezzo? Per chi avesse dubbi, ci sono ulteriori conferme. All’indomani della condanna a morte del Battista scoppiò un conflitto tra Erode Antipa e Areta, re di Nabatea e padre di Erodiade. Quale fu la causa? Semplice: la relazione tra Antipa ed Erodiade; Areta, infatti, non aveva tollerato di vedere la figlia “scaricata” in quel modo. Ebbene, nella cronaca di Giuseppe Flavio, quello scontro armato è successivo all’arresto e alla morte di Giovanni Battista, che abbiamo appena collocato al 34 d.C.; lo dimostra la voce popolare, riferita dallo stesso Giuseppe Flavio, secondo la quale la sconfitta subita da Erode non era altro che la vendetta divina “per la maniera in cui si era comportato verso Giovanni soprannominato Battista”.
Ora, tutto questo indica con chiarezza che lo scontro tra Erode e Areta dovette iniziare dopo il 34, probabilmente nel 36, come si deduce dal fatto che il legato di Siria, Vitellio, giunto in soccorso di Erode, si fermò a Gerusalemme, dove venne informato per via epistolare della morte di Tiberio (2), avvenuta nel 37 d.C., come dice la storia (quella vera!).
La datazione di questi eventi dimostra che gli autori dei vangeli hanno pesantemente alterato la cronologia storica. Com’è possibile, infatti, che il Battista sia stato giustiziato prima di Gesù, per essersi scagliato contro la relazione tra Erode ed Erodiade, se gli eventi appena considerati ebbero luogo in quella precisa sequenza tra il 34 e il 37? Appare ragionevole ritenere che, spostando indietro di qualche anno la scomparsa di Giovanni, gli autori dei vangeli abbiano voluto adattare (ma sarebbe meglio dire forzare) ogni evento perché collimasse con l’ibrido Gesù costruito dalla teologia e, in particolare, con la pretesa data della sua morte.
Ora, da tutto questo dobbiamo dedurre che il Battista visse come minimo altri sei anni dopo la data attribuibile alla morte di Gesù secondo il racconto di Matteo (vale a dire il 27-28 d.C., ipotizzando che Gesù fosse nato intorno al 6-5 a.C. e avesse davvero trentatré anni al momento della sua crocifissione). Com’è possibile? Come poteva Giovanni essere il precursore di Gesù se questi era già morto da un pezzo? Che storia raccontano i vangeli? Quesiti ai quali, forse, non sarà mai possibile rispondere con certezza. Di sicuro, però, anche Giovanni è caduto vittima degli stravolgimenti operati dai vangeli, finendo ridotto a semplice antesignano di Gesù. In realtà, egli morì non prima del 34 e, se davvero Gesù gli sopravvisse come affermano i vangeli, se ne conclude che in quel periodo egli doveva avere più o meno quarant’anni.
Chi fu dunque realmente Giovanni il Battista? Un interrogativo che, come altri, fa parte di un’altra storia. In questa sede, sarà sufficiente rammentare che, se Giovanni fu davvero il precursore di Gesù, risulta a dir poco bizzarro che i suoi seguaci non si unirono mai ai cristiani, ma, al contrario ‑come dimostrano gli Atti degli Apostoli (3)‑, continuarono a credere in lui come messia. Pochi sanno, oltretutto, che nel sud dell’Iraq sopravvive ancora oggi un nucleo di seguaci di Giovanni, noti in occidente come Mandei.

1. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 18.116-119.
2. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 18.120 segg. 
3. Atti 18:25 e 19:1 segg.
La “cristianaggine”
della settimana

di Giuseppe Verdi

Saranno i primi caldi estivi o, più probabilmente, sarà l’innata propensione cristiana a sproloquiare dai pulpiti, sentendosi investiti di un incarico divino…
Fatto sta che, periodicamente, qualche esponente del clero cattolico “spara”. Questa volta è toccato a don Tarcisio Vicario, parroco di un paesino del novarese, secondo il quale “uccidere è meno grave che convivere”, come ha scritto sul foglio distribuito alle famiglie ogni domenica, durante la messa. Secondo quanto scrive il prete, l’omicidio è un peccato occasionale, dal quale ci si può “ripulire” attraverso un pentimento sincero e il proposito vero e fermo di allontanarsi dal peccato. Secondo Vicario, invece, chi convive si trova in una situazione di infedeltà continuativa e questo status comprende anche chi abbia contratto solo il matrimonio civile, ponendosi in tal modo al di fuori del sacramento.
Una prospettiva che, a nostro modo di vedere, comprende dunque tutte le coppie che professano religioni non cristiane, in quanto, in ultima analisi, anche il matrimonio musulmano o induista pone “al di fuori del sacramento”. Si torna, dunque, alla consueta visione egocentrica, arrogante e autoreferenziale della chiesa cattolica in saecula saeculorum.
Il peccato in cui incorrono queste incaute coppie è, secondo il nostro sacerdote, grave e mortale. Le conseguenze? Sconvolgenti.
Ad esempio, una coppia convivente o sposata solo civilmente non potrà fungere da padrino e madrina, essendosi resa “inidonea” a un compito tanto oneroso come quello di “insegnare al figlioccio la corretta via cristiana”. Fin qui, comunque, possiamo pure essere d’accordo, visto che si violano regole fissate dalla chiesa e, dunque, valide solo per gli adepti del gregge.
Non possiamo però essere assolutamente d’accordo quando il parroco si permette di affermare che l’omicidio sarebbe meno grave della convivenza e che, quindi, l’omicida occasionale che sia “sinceramente pentito” torna a essere idoneo a fungere da padrino. Con buona pace dei dieci comandamenti, che, per quanto siano castronerie banali e primordiali, condannano esplicitamente l’omicidio (senza fare distinzioni tra chi lo commette in maniera occasionale e chi in maniera continuativa).
Ma si sa; agli occhi dell’olimpo cristiano, ricco di divinità e subdivinità almeno quanto quello greco-romano, è tutto relativo e, quindi, nella contorta visione etica cattolica, la persona più integra del mondo non può battezzare o cresimare un bimbo in quanto vive nell’abominio della convivenza. Al contrario, un assassino (per quanto non seriale) può farlo, ricorrendo alla panacea cattolica del pentimento.
Credo che ogni commento sia superfluo.
Dico semplicemente che, di fronte a cotanta arroganza, viene meno ogni limite e chiunque può sentirsi autorizzato a dire “meglio assassini e conviventi che preti”.

venerdì 20 giugno 2014

“Cristianaggini”:
il punto di vista di una collega scrittrice

Quando avevo undici o dodici anni, mi recai con la mia famiglia in visita ad uno dei santuari mariani più frequentati della Puglia: l’Incoronata di Foggia.
Dopo il consueto giro porticato-chiosco gelati-bancarelle souvenir, entrammo in chiesa. In posizione privilegiata, campeggiava una grande scala che portava alla statua della madonna, collocata in una nicchia nel luogo dove, secondo la tradizione, era avvenuta l’apparizione della santa vergine.
La fila per la salita era lunghissima, così mi accomodai tra i banchi a godermi la frescura di quelle navate.
Giunto il mio turno, mio padre mi chiamò imperioso: “Forza! Vieni a baciare la madonnina”. Ed io, secca: “Non mi va di alzarmi per vedere una statua. Non ha nessun senso”. Al che il mio devotissimo genitore, di fronte al parentado basito da cotanta impertinenza, sbottò: “Tu leggi troppo”.
Chiedo venia al mio caro papà, ma introdurre l’argomento con quest’episodio mi sembrava importante, quanto meno per contestualizzarlo da un punto di vista strettamente personale.
“Tu leggi troppo”. Come dire: maledetta intelligenza, maledetta cultura, maledetto sapere. In queste tre parole ci sono tutta l’arroganza e la pretesa di soggiogare le altrui coscienze, tipiche della religione cattolica.
Da quel rimprovero, naturalmente, io ho continuato a leggere (anche perché, sia detto per inciso a parziale riabilitazione della cara figura paterna, egli stesso finanziava tutte le mie letture, di qualsiasi genere, senza obbligarmi a scelte che non sentissi mie). Ho continuato e continuo a leggere, perché il sapere e la conoscenza non sono mai “troppo”. Soprattutto perché informarmi mi ha sempre fatta sentire al riparo dalla sgradevole sensazione di essere presa per i fondelli.
In questo percorso si inseriscono i saggi di Giuseppe Verdi, del quale apprezzo, in primis, la precisione nel citare le fonti delle sue ricerche.
La chiesa ha sempre cercato di mantenere il popolo nell’ignoranza, perché ignoranza fa rima con sudditanza. E anche il popolo, dal canto suo, spesso è appagato dalle risposte semplicistiche, purché provengano dai santi pulpiti domenicali. Salvo, poi, turarsi il naso quando si sente puzza di imbroglio e seguitare la recita dei cattolici devoti che non disdegnano l’uso della pillola ma sono contrari al divorzio e all’aborto.
Comodo cibarsi di verità preconfezionate, per non accollarsi la fatica di cercare le proprie risposte ai grandi interrogativi dell’esistenza.
L’analisi puntuale del fenomeno religioso che l’Autore compie si offre come lettura ad un pubblico di specialisti e non, in quanto le note esplicative e i rimandi alla bibliografia sono resi con scorrevolezza ed asciutta semplicità.
Verdi analizza fatti, non esprime opinioni.
L’altra arma vincente è l’ironia, nonché la totale mancanza di toni aggressivi e fanatici; espone da studioso sereno ed appassionato, di profonda serietà ed onesto impegno intellettuale.
Non cerca banalmente di “convincere” il lettore, ma si limita a condurlo per mano tra Otto per Mille e Dieci (falsi..!) Comandamenti, Sacerdozio femminile e Filosofia cristiana, Zozzerie cristiane e Trinità.
Un excursus variegato e ricco di contenuti, al termine del quale si esce più consapevoli di quelle verità che molti intuiscono, ma pochi hanno la volontà e il coraggio di affrontare.
Poiché l’opera di Giuseppe Verdi è principalmente questa: un processo di svelamento, di squarciamento degli innumerevoli veli di menzogna e ipocrisia dei quali la chiesa si è ammantata sin dal suo nascere. E come tutte le prese di coscienza, può  rivelarsi dolorosa. I cammini di crescita implicano soprattutto la scelta dell’autonomia e una certa rinuncia alla comodità e, si sa, molti adulti sono tali solo all’anagrafe.
“Cristianaggini”, dunque, rappresenta sicuramente una delle tappe obbligate per coloro che vogliono uscire dalla massa, dal gregge, osando ragionare con la propria testa; e, come tale, si inserisce nella migliore letteratura divulgativa di genere degli ultimi anni.
Un ringraziamento, infine, all’Autore, a nome dell’intero genere femminile, per aver dedicato il libro ad una delle donne più grandi di tutti i tempi: Ipazia.

Anna Rita Martire


Anna Rita Martire, nata a Foggia nel 1976, pianista e laureata in discipline musicali, svolge attività concertistica e didattica.
Sin da giovane età coltiva una grande passione per la letteratura, che la porta a soli 14 anni a vincere il I Premio “Andrea Camilleri” Roma (testo libero) e il Premio Poesia “Vita” di Verona.
Nel 2012 pubblica per Vertigo il romanzo “Senza pelle”; di forte impronta psicologica, incentrato sui temi della maternità difficile, degli abusi sui minori e della diversabilità mentale, il libro incontra l’interesse del pubblico e della stampa locale, portando l’autrice ad un tour di reading musicali in svariati centri dell’Italia centro-meridionale.
Così si è espresso Lello Vecchiarino, giornalista storico della Gazzetta del Mezzogiorno, scrittore e romanziere: “(…) scrittura piacevolmente urticante e pure lieve nel narrare la vita agra di personaggi che hanno degnazione di favole interrotte sulla strada del sentimento (…) filo narrativo utilizzato per sapientemente catturare il lettore, senza manierismi o ammiccamenti alla computer generation (…), penna d’esperienza che alla musica ritorna per farsi pagina scritta birbante e dolorosa”.
Nel maggio 2014 esce in volume la silloge poetica “Ho provato a ricucire il Cielo” (Vertigo), finalista alla III edizione del Premio Letterario Internazionale Scriviamo Insieme.
Sue liriche sono inserite nell’Enciclopedia di Poesia Contemporanea vol. 4 della Fondazione Mario Luzi.
Ha recentemente conseguito la Menzione Speciale della Giuria per la Narrativa al Premio Letterario Nazionale “U. Bozzini”, con il racconto  “Nero di Luce”, sulla tragedia dei migranti a Lampedusa.
Scrive sul giornale on-line Oblomovpress.
Appassionata di filosofia orientale, studia e pratica lo zen.

lunedì 16 giugno 2014

Pedofilia: ne cura di più
lo psichiatra o la madonna?

di Giuseppe Verdi

La notizia è di quelle che fanno scalpore e che sembrano indicare un cambiamento di rotta da parte dell’ultraconservatrice chiesa cattolica.
A quanto pare, tale don Desio, cinquantaduenne, originario di Milano e a lungo parroco di Casalborsetti, sulla costa ravennate, arrestato ad aprile per adescamento e atti sessuali con ragazzini di 14 e 15 anni, dopo due mesi di carcere spera di ottenere i domiciliari presso una “idonea struttura”. Così, almeno, ha dichiarato il suo legale, che lo ha descritto “abbattuto ma fiducioso”.
Quale sarebbe tale “idonea struttura”? Ebbene, si tratta di una sorta di clinica psichiatrica per sacerdoti, ha chiarito l’avvocato, sita sulle colline umbre, per la precisione in provincia di Perugia. È stata inaugurata pochi anni fa e attualmente ospita una quindicina di sacerdoti (pochi ma buoni).
Gestito da una congregazione nota come “Figli dell’Amore Misericordioso” (che richiama solo vagamente l’amor pedofilo), può vantare un direttore che, oltre a essere sacerdote, è anche psicologo e psicoterapeuta. Don Desio dovrebbe andare incontro a un percorso lungo anni e basato su un’assistenza psicologica mirata; ma si sa, qualsiasi sacrificio economico, per le casse vaticane, è accettabile pur di recuperare un proprio accolito che abbia smarrito la retta via. Bisognerà vedere, comunque, che cosa ne pensa il PM, Isabella Cavallari, già a suo tempo espressasi informalmente contro qualsiasi misura alternativa al carcere.
Qualcosa, però, non torna.
Giusto un mesetto fa, per la precisione il 12 maggio, rispondendo ai seminaristi dei collegi romani che chiedevano “in questo tempo di tanta psichiatria e psicologia non sarebbe meglio andare dallo psichiatra?”, papa Francesco aveva replicato deciso: “Non lo scarto, ma prima di tutto bisogna andare dalla Madre, la Madonna, perché a un prete che si dimentica della madre nei momenti di turbolenze qualcosa manca”.
Beh, che nelle alte sfere vaticane si mettano d’accordo.
O la terapia o Maria. E, se ha ragione il papa, che i preti in preda a “turbolenze” (espressione poco felice quando si tratta di abusi sessuali) se ne vadano in pellegrinaggio a Lourdes, a Fatima, a Medjugorje, a Chestochowa, a Siracusa o dove pare loro, prima di stendersi sul lettino di uno psicologo. Quantunque, a loro parziale giustificazione, andrebbe detto che il cattivo esempio viene proprio dai papi, che, negli ultimi decenni, ci hanno abituati a frequenti capatine al Policlinico Gemelli, più che presso qualche santuario mariano, anche per “pruriti” ben meno gravi di quelli che affliggono parecchi preti.

sabato 14 giugno 2014

15 GIUGNO, SAN VITO:
CANI, BALLI E BALLE

di Giuseppe Verdi

Nato, secondo la tradizione, a Lillibeo (l’odierna Mazara del Vallo), Vito sarebbe stato figlio di Ila, un senatore romano e di una nobildonna siciliana. Rimasto prematuramente orfano della madre, il bimbo avrebbe immediatamente palesato la sua indole cristiana rifiutando di succhiare dal seno di nutrici pagane, quasi percepisse la natura profana di quel latte. Fortuna volle che in paese viveva una vedova, fervente cristiana, che aveva da poco perduto anche il figlio neonato; grazie alle sue capacità extrasensoriali, Vito captò immediatamente che quello era latte cristiano e, probabilmente, ne apprezzò l’elevata densità che doveva presentare, visto e considerato che la nuova nutrice si chiamava Crescenza. Chiaramente, era stato Dio a inviare al santo pargolo quella donna cristiana, dunque “irreprensibile e santa”, sottraendolo alle deleterie tette delle “viziose e altere” pagane.
L’innata propensione cristiana di Vito si palesò ancor più allorquando il padre gli appese al collo un monile con l’effigie dei Penati: sacrilegio!!! Il bimbo cominciò a strillare con tutte le forze, fino a quando il padre dovette togliergli di dosso quel blasfemo medaglione. Con un bimbo tanto ben disposto, Crescenza trovò terreno fertile e, assunto di fatto il ruolo di madre, educò Vito alla dottrina cristiana, esaltando anche il martirio come eroico ed estremo atto di devozione a Cristo.
L’opera di “formazione” del piccolo fu poi completata dall’entrata in scena del precettore Modesto, anch’egli “segretamente” cristiano, che affiancò Crescenza nell’educazione cristiana di Vito, mentre il padre continuava a non accorgersi di nulla, forse anche perché preoccupato più che altro dalle frequenti crisi convulsive del figlio, molto probabilmente sintomo del disturbo noto come “corea di Sydenham”, poi ribattezzata “ballo di san Vito”.
Un bel giorno, il senatore dovette partire per un incontro voluto dall’imperatore Diocleziano in persona e finalizzato a prendere le misure idonee a togliere di mezzo la sempre più diffusa setta cristiana. Tanto impavidi quanto scellerati, Modesto e Crescenza approfittarono immediatamente dell’assenza del padrone di casa per battezzare Vito e, siccome dovevano essere davvero tonti, non allestirono una celebrazione semplice, ma una vera e propria festa, con tanto di altare, crocifisso e, soprattutto, con tutti i cristiani “occulti” della città invitati al palazzo. Preso dal raptus iconoclasta, dopo il rito battesimale Vito fece a pezzi gli idoli venerati dal padre.
Quando quest’ultimo fece ritorno e apprese dai servi fedeli quanto era accaduto, fece riempire di botte sia Modesto che Crescenza, ma rimase attonito nel vedere suo figlio Vito correre in difesa dei due e confessare di essere stato lui a fare scempio delle divinità pagane. Naturalmente, il senatore perse le staffe e picchiò di brutto il ragazzino, che anche durante il pestaggio non smise di osannare Gesù e la “vera fede”; infine, chiese al padre la possibilità di lasciargli dimostrare quali sovrumani poteri fossero entrati in lui grazie alla pratica del cristianesimo. Siccome un padre è sempre un padre, Ila concesse questa chance al figlio. In men che non si dica, furono condotti al palazzo malati e posseduti, che Vito, naturalmente, guarì all’istante.
Il padre, però, non si lasciò convincere e fece chiudere Vito nel più recondito anfratto del palazzo.
Ben presto, la vicenda divenne di pubblico dominio, tanto da richiedere l’intervento del preside romano, Valeriano, che, verificata l’irrecuperabile follia del bimbo, stabilì che fosse fustigato. Ed ecco il prodigio. Nemmeno il tempo di scagliare la prima frustata e Dio (o Gesù, o lo spirito santo, poco conta) paralizzò sia il braccio dei carnefici che dello stesso funzionario romano!
Tuttavia, si sa, il cristiano è incline al perdono (almeno a quei tempi) e, dietro espressa richiesta dell’uomo, Vito lo guarì così come lo aveva castigato, ottenendo di potersene tornare a casa senza un graffio, anche se Valeriano non mancò di raccomandare a Ila che “correggesse” quel monellaccio.
A questo punto, il senatore cambiò metodo e, assoldate alcune donnine del luogo, chiese loro di sedurre Vito (che, a conti fatti, non doveva avere più di 7-8 anni!). Fatto rinchiudere il ragazzo in una stanza insieme a quelle impudiche, tra musiche seducenti e profumi inebrianti, Ila attese (compiaciuto, immaginiamo) l’imminente vittoria, ma, trascorso un certo tempo, lui e la servitù furono raggiunti da un odore soave e, subito dopo, videro spalancarsi la porta della stanza e le donzelle precipitarsi fuori! Che cos’era accaduto? Ebbene, dodici angeli erano scesi a proteggere l’illibatezza del piccolo Vito, avvolti da uno splendore talmente abbagliante che le fanciulle non erano riuscite a sopportarne la vista. Lo stesso Ila, entrato nella stanza, alla vista degli angeli divenne cieco!
Ovviamente, anche stavolta il bimbo prodigioso cedette ai buoni sentimenti e guarì il padre, che però, quanto mai irriconoscente, non ringraziò il buon Gesù, ma i propri dèi.
La tensione tra padre e figlio era ormai insostenibile. Fu così che quei due vecchi volponi di Modesto e Crescenza decisero che era meglio prendere Vito e lasciare Mazara. Raggiunto il mare, vi trovarono una barchetta, pilotata naturalmente da alcuni angeli nostromi, che li condusse fino all’odierna San Vito lo Capo, dove il bimbo festeggiò il successo dell’operazione autoflagellandosi e rotolandosi in un roveto, come un giorno avrebbe fatto anche il poverello d’Assisi.
La fama di Vito si sparse ben presto nella zona, dove i suoi prodigi, unitamente alle sue crisi convulsive, lo rendevano un vero e proprio dio agli occhi della popolazione locale. Non a caso, allo stesso Modesto l’epilessia di Vito appariva come il segno di un qualche dono divino. Certo, non sempre la predicazione del ragazzo prodigio funzionava, come ad esempio con gli abitanti di Conturrana, che mandarono a quel paese la nuova fede; al che Vito, con spirito stavolta poco (o molto?) cristiano, gliela fece pagare provocando un terremoto che rase al suolo lo sventurato paese come una novella Sodoma.
Fu però nella Sicilia centrale, dove egli successivamente si mosse, che i prodigi di Vito cominciarono a farsi numerosi. Primo tra tutti, il miracolo che egli compì ricomponendo il corpo di un ragazzino sbranato dai cani randagi e ridandogli la vita. E, già che c’era, proseguì con le magie canine, resuscitando anche un uomo spolpato dai cani e riattaccando la mano a un pastore che era stato aggredito da un cane idrofobo. Di conseguenza, è probabile che i cani si acquietassero alla sola vista del ragazzo ed è forse per questa ragione che, soprattutto in Italia, san Vito viene spesso ritratto in compagnia di qualche fedele amico dell’uomo.
Le capacità di Vito, ormai, erano troppo grandi perché egli le sfruttasse solo entro gli angusti confini siculi. Per questa ragione, una notte un angelo gli annunziò che doveva trasferirsi in Lucania e lì proseguire la sua opera di evangelizzazione e i suoi miracoli.
Dalla Lucania, la fama di Vito giunse addirittura a Roma e –udite udite- fino alla corte imperiale, dove il giovincello fu fatto condurre da una nobildonna affetta da epilessia e da lui, ovviamente, guarita con la semplice imposizione delle mani. Secondo un’altra versione della leggenda, tuttavia, a essere guarito fu addirittura il figlio di Diocleziano o, meglio ancora, la figlia, che l’imperatore avrebbe concesso in sposa a Vito, a patto che rinnegasse la sua fede cristiana. L’eroico e baldo giovane, ovviamente, rifiutò e finì in prigione, venendo però liberato da Gesù in persona, che lo sciolse dalle catene con una scossa di terremoto che, quale effetto collaterale, distrusse mezza città.
Riacciuffato, stavolta Vito venne condannato a morire cotto in una megapentola piena di piombo fuso, resina e pece, realizzata appositamente per lui, Modesto e Crescenza, nel corso di uno show che sarebbe andato in scena nell’anfiteatro Flavio, che per l’occasione dovette far registrare il tutto esaurito. Manco a dirlo, un invisibile angelo divino salvò i tre dalla morte, ripetendo il miracolo subito dopo, quando un furente Diocleziano ordinò che i tre fossero gettati in un forno ardente.
A quel punto, evidentemente fuori di sé, Diocleziano decise di ricorrere agli animali feroci, ma Vito, incredibilmente, ammansì nell’ordine un leone, le “fiere del circo” e i cani idrofobi, suscitando assai probabilmente le ire del pubblico pagante, che non aveva ancora visto una sola goccia di sangue.
A quel punto, chiunque si sarebbe rassegnato, ritenendo quei tre cristiani immortali e prostrandosi ai loro piedi. Non quel miscredente di Diocleziano, però, che, cocciuto più che mai, non si dette per vinto e ordinò che fosse preparato il cosiddetto eculeo, un diabolico marchingegno finalizzato a smembrare le vittime mentre alcuni carnefici li fustigano. Ed ecco che, incredibile a dirsi, stavolta Dio non salvò Vito e i suoi due anziani genitori putativi, giudicando forse che essi meritassero il sommo onore del martirio. Era il 15 giugno del 304 e Vito aveva tredici anni.
Nei secoli successivi, il culto di Vito di diffuse in tutta la penisola e, soprattutto grazie all’opera dei benedettini, anche in Francia e in Germania e, poi, nell’est dell’Europa. Di conseguenza, aumentò a dismisura la richiesta di reliquie di Vito, il cui cadavere iniziò ad autoclonarsi per soddisfare la brama di “santi pezzi” da parte dell’universo cristiano. Tant’è vero che, oggi, l’intera Europa trabocca di frammenti del corpo di Vito.
Peccato che la maggior parte degli agiografi ritenga Vito una figura leggendaria e che il Concilio Vaticano II abbia ratificato la non esistenza di Modesto e Crescenza.
Lo stesso sito www.parrocchie.it riconosce che “la figura di San Vito è stata costruita dalla letteratura e dalla devozione popolare, più che dalla storia…Nonostante la grande devozione nei suoi confronti e la sua popolarità, la tradizione agiografica sul santo è ancora in larga misura da studiare. I codici d’età medievale che riportano la sua storia, facendola derivare dagli Acta martyrum, sono numerosi, ma non è accertabile la veridicità delle notizie fornite. Infatti, sebbene si sia cercato da sempre di reperire gli atti dei processi che condannarono i cristiani, pochissimi sono quelli autentici; la maggior parte degli Acta sono racconti redatti con grande libertà inventiva per avere materiale utile all’educazione dei cristiani”.
E questo vale per tutti i “santi e beati” dell’epoca antica, con buona pace di miracoli, prodigi e supplizi protrattisi per ore, giorni o mesi.

L'articolo è una sintesi tratta dal volume Santuzze e Santuzzi, di Giuseppe Merenda, al quale sono debitore.

venerdì 13 giugno 2014

C'È PIETRO E PIETRO

di Giuseppe Verdi

Pietro da Verona o Pietro Martire (appellativi di Pietro Rosini, 1205-1252), domenicano, fu un tenace persecutore di eresie, in particolare quella catara, che nel 1232 il papa lo incaricò di reprimere in Lombardia.
Da buon cristiano, in ossequio al suo “dio degli eserciti”, Pietro attribuì immediatamente alla propria missione una connotazione militare, tanto da fondare un’associazione detta “Società della Fede”, impegnata nella lotta contro i catari e ben appoggiata dal Comune. Nel 1244, a Firenze, fondò (sempre per combattere l’eresia) anche una “Sacra Milizia” (intitolata alla Madonna).
Il culmine della sua carriera di “amorevole boia” (1) fu raggiunto nel 1251, quando il papa lo nominò inquisitore per le città di Milano e Como. Da quelle parti, tuttavia, il nostro eroe ebbe vita breve. Fu infatti assassinato con una roncola mentre attraversava il bosco per raggiungere Milano. Da allora, l’iconografia cristiana lo ha ritratto, in maniera tanto puntuale quanto macabra, con il falcetto perennemente piantato nella calotta cranica.
Le agiografie, quanto mai tetre e lacrimevoli nel più puro stile cattolico, riferiscono che, poco prima di trapassare, il pover’uomo intinse un dito nel proprio sangue e scrisse in terra la parola “Credo”. Il tipico finale edificante non poteva non contemplare il pentimento di uno dei suoi sicari, tal Carino Pietro da Balsamo, che decise di entrare in convento, dove rimase per quarant’anni, e finì per essere nominato beato, come del resto Pietro, canonizzato dopo appena un anno da Innocenzo IV.
Nella miglior tradizione kitsch cattolica, la (presunta) arma usata per ucciderlo è conservata a Seveso, presso il santuario a lui dedicato.
Non si sa bene, invece, quali categorie beneficino della protezione di Pietro né quali malanni siano da lui debellati, anche se, a naso, tenderei a conferirgli il titolo di protettore di chi soffre di emicrania.

Come recita il sito santiebeati.it, Pietro viene raffigurato “con la tonaca domenicana, con la palma del martirio, con la ferita sanguinante dalla fronte al capo, oppure con una roncola che penetra nel cranio, con il pugnale infitto al petto o ai fianchi, secondo l’estro dell’artista”. E gli artisti che si sono cimentati in cotanto ritratto sono una miriade, tanto che Pietro è uno dei santi più raffigurati dal 1253 in poi.
Suggerisco una bella visita al museo civico di Como: anche voi, come me, potrete ammirare in tutto il suo splendore Pietro Martire e la sua immancabile roncola piantata nel cranio a mo’ di mezz’aureola, sublime esempio di cristiano invasato, intollerante e persecutore, dunque assolutamente meritevole dell’elevazione agli altari.

1. Quest'appellativo richiama il mio libro Amorevoli Boia (Tempesta Editore 2013), dedicato appunto a tutti i cristiani che, travestiti da pecorelle, si sono accaniti su pagani e non credenti.
SONDAGGI CATTOLICI
(ATTUALI E AUSPICABILI)

di Giuseppe Verdi

La notizia risale allo scorso novembre, ma non ha avuto grande risalto: il papa ha deciso di lanciare un grande sondaggio tra i cattolici di tutto il mondo, per sapere che cosa pensano riguardo al tema più scottante del momento, vale a dire la famiglia. A tale scopo, già il 18 ottobre era stato inviato alle conferenze episcopali dei cinque continenti un questionario di 38 domande su diversi aspetti della controversa questione, ivi compresa la comunione ai divorziati, le coppie gay, la convivenza pre-matrimoniale, la pillola, etc.
Il papa ha dichiarato di voler ascoltare il “popolo di Dio” in maniera “democratica”. Dunque una sorta di referendum consultivo (del quale, mi auguro, la chiesa tenga conto più di quanto faccia lo stato italiano dopo analoghe consultazioni).
Il questionario è stato diffuso inizialmente solo dai vescovi inglesi e da alcune diocesi statunitensi, ma ben presto è stato reso disponibile sul sito della Santa Sede, la quale non ha atteso che a renderlo pubblico fossero le chiese locali (il questionario è consultabile all’indirizzo

www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20131105_iii-assemblea-sinodo-vescovi_it.html).

In questi giorni, ecco i primi responsi, provenienti dai cattolici di Germania, Francia, Belgio, Austria, Svizzera e Giappone: sì ai matrimoni gay, sì all’eucaristia per i divorziati risposati e sì ai metodi contraccettivi. I cattolici, a quanto pare, sono di mentalità molto più aperta rispetto ai vertici ecclesiastici, e la cosa non deve sorprendere, come certamente non avrà affatto sorpreso Bergoglio & Co.
Gli esiti del sondaggio saranno valutati dal 5 al 19 ottobre, al quale seguirà un sinodo straordinario, guidato dal cardinale ungherese Erdo e dal vescovo italiano Forte (a formare una coppia che passerà alla storia come “Erdo Forte”, nome che evoca un miracoloso farmaco). L’anno prossimo, poi, un sinodo ordinario individuerà le “linee operative per la pastorale della persona umana nella famiglia”.
A questo punto, ci sentiamo autorizzati ad attenderci che, sullo slancio di questa (almeno apparente) “voglia di modernità”, la chiesa faccia pubblicare un nuovo questionario, nel quale i fedeli (e non) siano chiamati a rispondere anche su altre spinosissime tematiche, così, giusto per tastare il polso alla “base”:

1. Il fatto che la chiesa cattolica si becchi quasi tutto l’8 per mille anche circa un terzo degli italiani firma in suo favore.
2. L’insegnamento della religione cattolica in un paese laico e sempre più multirazziale.
3. Il mancato obbligo, da parte dei vescovi, a denunciare i casi di abusi su minori da parte di sacerdoti.
4. L’annosa questione del battesimo ai neonati.

E, perché no, mettiamoci pure la “rogna” delle ingerenze cattoliche nelle scelte politiche del nostro paese, la soffocante presenza-occupazione degli spazi televisivi da parte cattolica, l’organizzazione di svariati eventi teatral-vaticani a spese dello stato (come le recente santificazione “prendi 2 paghi 1” di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II), il cui ultimo esempio è eclatante: per la prossima visita di Bergoglio a Campobasso, saranno dirottati in città tremila agenti e, giorno 5 luglio, saranno sospesi gli esami di maturità. Alla faccia della laicità e del rispetto di docenti e studenti non cattolici!!!

martedì 10 giugno 2014

Questione di metri quadrati

di Carla Corsetti
avvocato, segretario nazionale di Democrazia Atea

L'ex Segretario di Stato della monarchia vaticana, Tarcisio Bertone, si ritirerà nei suoi appartamenti freschi di restauro, di circa 700 metri quadrati.
Solamente tre serve al seguito per le pulizie e le altre incombenze domestiche.
Nella monarchia vaticana valgono ancora i titoli nobiliari e Bertone è a tutti gli effetti un principe, seppure deposto dal monarca Bergoglio. L’ultima trance della sua vecchiaia si prospetta faticosa, Bertone dovrà difendere le sue posizioni di privilegio e di potere finora esercitate con sfarzo ostentato ma che ora viene osteggiato. Bergoglio infatti ha adottato nuove strategie di marketing e Bertone sembra non condividerle.
La tradizione vaticana è legata all’oro, al denaro, alla magnificenza degli spazi abitati dal loro dio di cui si dichiarano intermediari. Bergoglio invece ha pianificato un nuovo brand nel quale lo sfoggio della ricchezza non è più di moda, ora bisogna far credere che il clero regala soldi e che vive in modo parsimonioso.
Hanno cominciato regalando banconote da cinquanta euro ai barboni avendo cura di far ingigantire la notizia in modo da farla sembrare come la moltiplicazione dei pani e dei pesci. La performance del consenso attraverso la distribuzione di denaro davanti alle telecamere fa tanto Cecenia alla fine del Ramadan quando Ramzan Kadyrov ha regalato pacchi di rubli in mondovisione.
Bergoglio ha trovato un’occasione imperdibile per far sapere al mondo intero che vive in 70 metri quadrati. Migliaia di fedeli che vivono in minuscoli appartamenti pieni di muffa assegnati dagli istituti che gestiscono l’edilizia popolare, si sono sentiti partecipi “degli stessi spazi”, quantomeno nella metratura.
Di certo i 70 metri quadrati di Bergoglio non soffrono delle ripartizioni millesimali per le spese di manutenzione e pulizia, ma questi sono dettagli inutili.
L’operazione pubblicitaria, bisogna riconoscerlo, è perfetta. Il brand strategy sta funzionando nella contrapposizione tra un clero buono e povero e un clero ricco e cattivo. I creduli sono soddisfatti, catturati da una modalità di marketing che interpretano come svolta epocale, non sufficiente, però, per farci dimenticare che Bergoglio continua a disattendere le raccomandazioni della comunità internazionale che chiede al Vaticano di ratificare gli strumenti essenziali per la difesa dei diritti umani, quali, ad esempio, il Protocollo opzionale alla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e la Convenzione sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne e il suo Protocollo Opzionale.
Ma Bergoglio non se ne cura e l’assenza di adesione ai Protocolli e alle Convenzioni determina per quello Stato una legislazione e una politica carente sotto il profilo della lotta alla discriminazione che invece si perpetua a causa della mancata ratifica.

Ne resta contagiata anche la legislazione italiana, asservita alle politiche vaticane, e sappiamo che la discriminazione non si misura in metri quadrati.
STREGA PER SEMPRE

di Giuseppe Verdi

Oggi, 10 giugno, ricorre l’anniversario della morte di Bridget Bishop (1632-1692), prima a essere condannata a morte per stregoneria durante i famosi processi alle streghe di Salem.
La sua colpa? Probabilmente, quella di essersi sposata tre volte (sacrilegio!) o, forse, di aver operato presunti sortilegi contro adulti e bambini, ivi compresi riti simil-voodoo.
La “caccia alle streghe” è stato uno dei momenti topici dell’antifemminismo cristiano. In Cristianaggini, ce ne occupiamo alla voce “Olivier, Jacques”, che porta a conoscenza dei lettori la figura del legale francesce che, nel 1665, pubblicò un’opera dal significativo titolo di Alfabeto dell’imperfezione e della malizia delle donne, un pachidermico volume organizzato in forma di dizionario e nel quale, in ordine alfabetico, vengono proposte una serie di espressioni latine che definiscono, secondo la mente malata dell’autore, tutti i mali che la donna rappresenta.
In questa sede, sarà sufficiente ricordare che, per Olivier, per la donna è più che degno l’appellativo di “puttana”, derivato dal latino puteo, “puzzare”.
Di fronte a situazioni, libri e personaggi di siffatta natura, il credente è solito fare spallucce e rispondere asserendo che si tratta di pareri isolati e non rappresentativi della posizione “ufficiale” della chiesa. Il che è avvenuto e avviene per molti altri aspetti della storia cristiana, a cominciare dalle crociate e dall’inquisizione, per le quali, di tanto in tanto, il papa di turno chiede “perdono”.(1)
Niente di più falso. La religione cristiana ha sempre, costantemente sostenuto che la donna è una creatura subordinata e lo ha fatto fin dalle origini, facendo sue le sacre scritture ebraiche, nelle quali Dio trae la donna da una costola dell’uomo. Se si tratta di un modo scelto dall’autore per “certificare” che il sesso maschile sarebbe stato quello dominante, dobbiamo ammettere che la cosa ha funzionato benissimo, e per due millenni. Eva viene creata dopo gli animali, solo per fornire ad Adamo “un aiuto che gli fosse simile” (Genesi 2:20), dunque in extremis e in funzione di aiutante.
Per esemplificare ulteriormente quale concetto avesse della donna il Dio “giusto, buono e misericordioso” dell’Antico Testamento, basterà ricordare la norma del Levitico (dettata personalmente da quel dio a Mosè) secondo cui, durante  il ciclo, la donna è immonda per sette giorni e chiunque la tocchi è immondo fino alla sera, come sono immondi il suo letto e ogni mobile sul quale ella si segga e, di conseguenza, chiunque tocchi quel letto e quei mobili! E se, malauguratamente, un uomo dovesse avere rapporti sessuali con lei in presenza di flusso mestruale, il contagio sarà implacabile e anche lui sarà immondo per sette giorni.
Sempre nel Levitico, inoltre, Dio sancisce che, quando una donna dà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni, mentre, se partorisce una femmina, sarà immonda per due settimane. Si consolida qui il concetto (giudaico prima e cristiano poi) secondo cui la donna, in quanto essere inferiore, è doppiamente impura rispetto all’uomo. Tale discriminazione è presente anche laddove Dio istruisce Mosè riguardo al valore corrispondente a una persona per la quale si fosse chiesto, ad esempio, una grazia. Ebbene, leggiamo che tale “stima” sarà di cinquanta sicli d’argento per un maschio dai venti ai sessant’anni e di trenta sicli, invece, per una donna; anche al di sopra o al di sotto di questa fascia di età, il valore del voto di un uomo è sempre notevolmente superiore a quello di una donna
Trabocca di antifemminismo anche il Deuteronomio, nel quale si prescrive ad esempio che, se dopo le nozze un uomo avesse accusato la moglie di non essersi sposata vergine e i genitori della ragazza avessero il contrario, il marito poteva cavarsela pagando cento sicli al suocero e tenendosi la donna come moglie (senza possibilità di ripudiarla per il resto della vita). Se, viceversa, fosse stato dimostrato che il marito aveva ragione, la falsa vergine sarebbe finita lapidata, perché “ha commesso un’infamia in Israele, disonorandosi in casa del padre”.
E che cosa dire della norma secondo cui, se una donna veniva ripudiata dal marito e, risposatasi, veniva ripudiata anche dal secondo o ne rimaneva vedova, allora il primo marito non poteva riprenderla con sé in quanto contaminata? Tutto questo, infatti, sarebbe stato “abominio agli occhi del Signore”; ovviamente, l’uomo poteva risposarsi tutte le volte che voleva senza alcun rischio di contaminazione.
Altrettanto maschilista è la norma secondo cui, se nel corso di una rissa tra uomini la moglie di uno di essi fosse venuta in aiuto del marito afferrando (chissà poi perché) i genitali di chi lo percuoteva, ebbene il marito avrebbe dovuto tagliarle la mano senza alcuna pietà. Bella riconoscenza!
La musica non cambia con il Nuovo Testamento, tanto che appare lecito chiedersi come facciano certe donne, nella società moderna, a credere tanto fermamente in un libro che assegna loro uno status degradante e servile. Alcuni esempi? “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo...”; “né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo”; “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa…” Tutte frasi che la chiesa attribuisce a san Paolo, compresa quella che scarica sulla donna tutti i mali del mondo: “Adamo non fu sedotto; ma la donna, essendo stata sedotta, cadde in trasgressione”.
Passò Gesù, passò Paolo, passarono i presunti apostoli, ma la discriminazione della donna, anziché ridimensionarsi, si fece ancor più marcata nel nascente cristianesimo, in seno al quale ella appare soltanto come una creatura volgare e seduttrice dell’uomo: è Eva, la peccatrice per antonomasia.
Tertulliano presenta la donna come una “breccia, attraverso la quale s’insinua il demonio” e le attribuisce la colpa della morte di Gesù, come conseguenza del peccato originale, non esimendosi inoltre dal rimproverarle l’uso di “monili e ornamenti”; non accontentandosi di vederla disadorna, Gerolamo avrebbe desiderato raderle a zero la testa. Molti, poi, sostenevano che ella dovesse astenersi anche dal canto!
Si giunse al punto che, a volte, alle donne non veniva consentito l’ingresso in chiesa: gravidanza e mestruazioni le rendevano inadatte al rapporto con Dio. Per Dionisio di Alessandria era cosa assolutamente ovvia che le donne non dovessero entrare in chiesa, per evitare di “toccare il corpo e il sangue di Cristo” nei giorni della mestruazione; si pensi che la chiesa siriana puniva con una penitenza settennale le donne mestruate che avessero frequentato la chiesa e i sacerdoti che avessero distribuito loro la comunione a volte venivano allontanati dall’ufficio (a differenza degli odierni pedofili).
Un regolamento ecclesiastico del III secolo proibiva la partecipazione ai riti a coloro che avessero assistito una partoriente, precisamente per venti giorni se era nato un maschio, quaranta se era nata una femmina. Fedeli alla legge mosaica, del resto, i cristiani quantificavano il tempo per la purificazione della madre in 40 giorni se aveva partorito un maschio, 80 se aveva dato alla luce una femmina.
Profondamente antifemminista fu anche il “sommo” Agostino, che scriveva:
Ora, se la donna non fu fatta per essere d’aiuto all’uomo al fine di generare figli, per aiutarlo a fare cos’altro fu creata? Nell’ipotesi che fosse stata creata per coltivare la terra insieme a lui, non esisteva ancora il lavoro che esigeva l’aiuto di un altro e, se ce ne fosse stato bisogno, sarebbe stato migliore l’aiuto di un maschio. Lo stesso potrebbe dirsi del conforto [di un altro], se per caso [Adamo] si fosse tediato della solitudine. Quanto più conveniente sarebbe stato che, per vivere e conversare insieme, abitassero sotto lo stesso tetto due amici anziché un uomo e una donna!” (La Genesi alla lettera, 9.5.9)
Tutto questo sottintende che, per Agostino, in ogni altro ambito un maschio sarebbe stato di ben maggiore aiuto di una femmina; il che fa pensare che anche per lui, in ultima analisi, la donna sia inferiore “per natura” e non solo per effetto del peccato. Certo, le parole finali del passo citato lasciano immaginare quanto godrebbero, in un mondo fatto da soli uomini, la chiesa e Agostino, considerato anche che quest’ultimo, con le donne, si era ormai tolto ogni sfizio possibile e immaginabile…
Per di più, Agostino esclude ogni possibile superamento della “schiavitù” della donna a causa del peccato e condanna quindi ogni proposito di emancipazione, ad esempio elogiando le donne che accettano senza protestare le percosse dei mariti (Confessioni, 9.9.19): un invito alla sottomissione che, ancora oggi, induce molte donne a subire in silenzio i maltrattamenti e, magari, a sentirsi dire dal prete di turno che bisogna portare pazienza “perché così Dio vuole”.
Il profondo disprezzo di Agostino per la donna emerge poi da altre “perle” intrise di ipocrisia, opportunismo e cieco maschilismo:
“…Cosa c’è di peggio di una casa in cui la donna comanda sul marito? Ordinata è quella casa in cui la donna obbedisce al marito” (Commento al vangelo di Giovanni, 2.14)
Sulla stessa “lunghezza d’onda” era anche il vescovo Ambrogio, oggi patrono di Milano, che scriveva:
Perché dovrei ricordare la pesante schiavitù delle donne e i servizi dovuti agli uomini? A esse Dio ha comandato di servire prima che ai servi” (Le vergini, 1.27)
L’opinione della chiesa antica riguardo alle donne si sintetizza comunque delle parole di uno dei più celebri papi dell’antichità, vale a dire Gregorio I Magno:
Io non parlo alle femmine, bensì agli uomini, perché chi è di mente instabile non è assolutamente in grado di capire le mie parole” (Moralia, 28.3)
Più sottile, ma non meno maschilista, fu parimenti l’altra “luce” della chiesa, Tommaso d’Aquino, che giunse a considerare la donna una sorta di “uomo mancato”:
“…la femmina è un essere difettoso e manchevole. Infatti la virtù attiva racchiusa nel seme del maschio tende a produrre un essere perfetto, simile a sé, di sesso maschile. Il fatto che ne derivi una femmina può dipendere dalla debolezza della virtù attiva, o da una indisposizione della materia, o da una trasmutazione causata dal di fuori, per esempio dai venti australi che sono umidi…” (Summa theologiae, 1a.92.1.a1)
Non c’è molto da aggiungere: un trattato sulla riproduzione umana in grado di fare impallidire anche i più recenti studi! Secondo il “sommo” Tommaso, in sostanza, il seme è maschio e, se da esso si origina una femmina, la cosa dipende da una “virtù attiva” debole o, addirittura, da elementi atmosferici! In sostanza, la femmina è un “maschio mancato”, per questa ragione in grado di fornire all’uomo un unico tipo di aiuto, quello riproduttivo.
Anche nel concepimento, tuttavia, secondo Tommaso la donna deve rassegnarsi a un ruolo secondario; a parere del sommo, infatti, l’uomo è “principio attivo” (proprio come i medicinali), mentre la donna “si comporta come principio passivo e materiale”; ne consegue, tra l’altro, che i figli dovrebbero amare il padre più della madre e che il marito, ricoprendo nell’atto sessuale “la parte più nobile, sente per natura meno vergogna della moglie a chiedere il debito coniugale”.
È senza dubbio da queste elucubrazioni ascientifiche, per quanto ritenute “perpetue” dalla chiesa, che trae origine la concezione della donna come “oggetto sessuale” che ancora oggi stenta a essere superata; ed è sempre da queste concezioni che deriva, almeno in parte, la bimillenaria esclusione della donna cattolica dal sacerdozio, se è vero che, a dispetto del crescente numero di chiese cristiane che consentono l’ordinazione delle donne, la chiesa cattolica non arretra di un passo e tiene queste ultime lontane dagli altari.
Oggi, alcune correnti evangeliche tentano di restituire alla donna quel ruolo di protagonista che ebbe nel cristianesimo primitivo e, dal 1958, aumenta il numero delle chiese cristiane che hanno considerato normale l’ordinazione sacerdotale delle donne. La chiesa cattolica, invece, si mantiene salda nella sua tradizione: le donne non passeranno! (2)
Sul piano personale, il modello di donna che la chiesa cattolica vuole attualmente imporre è quello di un essere consacrato soprattutto alla maternità, docile e servile al maschio anche a rischio della propria vita. Il messaggio è stato dato con chiarezza da Wojtyla non solo attraverso documenti e discorsi, ma mediante i suoi atti più solenni: canonizzando una donna il cui principale merito fu quello di lasciarsi morire di cancro all’utero per non abortire e senza sottomettersi alla cure mediche che l’avrebbero salvata, lasciando senza madre i suoi quattro figli e il neonato che non ha voluto perdere.(3)
Gli apologisti tentano di minimizzare l’intera questione, ma ci pare evidente che la posizione biblica nei confronti della donna sia assolutamente chiara.
Non c’è pertanto da meravigliarsi se la femminista Elizabeth Cady Stanton ebbe a dire: “La Bibbia e la Chiesa sono stati i più grossi scogli da superare sulla via dell’emancipazione della donna” e “Non conosco altri libri che insegnino così ampiamente la sottomissione e la degradazione delle donne”.
Da parte sua, Robert Ingersoll affermava che “...[La Bibbia] non è amica della donna. Scoprirete che, per la maggior parte, gli autori di quel libro parlano della donna come di una povera bestia da soma, di un servo, di una sguattera; una sorta di male necessario; una mera proprietà”.
Probabilmente, tuttavia, è stato George Foote a fare il commento più efficace: “Sarà fonte di fierezza e di orgoglio il fatto che la donna non abbia mai scritto una sola riga della Bibbia”.


1. Si veda al riguardo Amorevoli boia, di Giuseppe Verdi, Tempesta 2013.
2. Si veda Cristianaggini, voce “Sacerdozio femminile”.
3. Ci riferiamo alla dottoressa Gianna Beretta, lasciatasi morire di cancro all’utero nel 1962 per non abortire e senza sottomettersi alla cure mediche che avrebbero salvato lei ed evitato a quattro figli di rimanere orfani.



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lunedì 9 giugno 2014


Libertà di coscienza
e obiezione di coscienza

di Giuseppe Guerrera
architetto, esponente di Democrazia Atea

La libertà di coscienza e l’obiezione di coscienza spesso sono confusi e sovrapposti e spesso anche da chi, per mestiere o per funzione, dovrebbe teoricamente essere in grado di conoscere le differenze tra l’uno e l’altro concetto. La libertà di coscienza è un diritto fondamentale inviolabile che trova la sua fonte nella Costituzione e nelle Convenzioni internazionali sui diritti fondamentali dell’uomo. La libertà di coscienza è un diritto supremo, che non può trovare limitazioni, che obbliga gli Stati a non compiere attività che possano limitarlo, è un diritto che non accetta deroghe. Nessuno può accettare di compiere un’azione che leda diritti assoluti, che incida sui diritti fondamentali. Ognuno può legittimamente rifiutarsi di compiere un atto doveroso se dall’esecuzione di quell’atto ne possa derivare una lesione di diritti fondamentali inviolabili. I diritti assoluti sono, a titolo esemplificativo, il diritto all’uguaglianza, alla non discriminazione, alla laicità dello Stato, il diritto alla salute, cioè tutti i diritti di rango costituzionale. Nessun organo dello Stato può incidere in maniera pregiudizievole e comprimere i diritti assoluti. Chi si rifiuta di compiere un atto dovuto perché ritiene di subire la lesione di diritti inviolabili, non entra in conflitto con altri valori costituzionali, ma denuncia, al contrario, che le attività da cui ci si sottrae con il rifiuto, sono attività che contrastano esse stesse con la Costituzione o con la Convenzione dei diritti dell’uomo, e, attraverso il rifiuto, si sollecita il Legislatore a ripristinare la legalità. Con l’obiezione di coscienza invece non si denuncia alcuna incostituzionalità della norma che si intende disattendere e ciò che si invoca sono i personali convincimenti, politici o religiosi, attraverso i quali si ritiene di poter legittimare il proprio rifiuto. Nel caso della libertà di coscienza il rifiuto è motivato dalla lesione di diritti costituzionali, nel caso della obiezione di coscienza il rifiuto è motivato dalla lesione di convinzioni personali. Nel caso della libertà di coscienza il cittadino, con il suo rifiuto, può sollecitare il Legislatore a ripristinare principi costituzionali violati; nel caso della obiezione di coscienza il cittadino con il suo rifiuto non può pretende che il Legislatore si adegui alle sue convinzioni personali. L’obiezione di coscienza nel nostro Paese è il paravento della misoginia religiosa. Se partiamo dalla premessa antropologica secondo la quale il Potere passa attraverso il controllo della sessualità femminile e questo controllo, a sua volta, si declina nella limitazione all’accesso all’educazione sessuale, alla fecondazione assistita, alla contraccezione, alla interruzione di gravidanza, si spiega come mai l’obiezione di coscienza ruota sempre attorno alla sfera sessuale femminile. Se recandoci in un ospedale pubblico trovassimo un medico che si rifiuta di praticarci una trasfusione di sangue per motivi religiosi, la nostra rabbia e la nostra indignazione sarebbe giustificata dalla considerazione che è inaccettabile un’obiezione di coscienza legata a una pratica medica che il legislatore ritiene lecita. Se alla trasfusione di sangue sostituiamo l’interruzione di gravidanza dovremmo giungere alle stesse conclusioni, e invece il discorso cambia perché in questo caso il Legislatore ha permesso ai medici di rifiutarsi, per motivi religiosi e di coscienza, di praticare un’assistenza lecita e dovuta. Noi di Democrazia Atea non vogliamo comprimere le remore morali dei ginecologi che si rifiutano di dare assistenza sanitaria alle donne, ma vogliamo che questo diniego non sia possibile esercitarlo nelle strutture pubbliche o nell’espletamento di un pubblico servizio. Noi di Democrazia Atea vogliamo che nell’esercizio delle professioni sanitarie nelle strutture pubbliche non ci siano remore morali e pertanto se la religione impedisce ad un medico di praticare le trasfusioni di sangue come terapia lecita, sicuramente quel medico dovrà scegliere di non fare l’ematologo, mentre se la religione impedisce ad un medico di praticare l’interruzione di gravidanza, quel medico potrà sempre scegliere di fare il dentista o l’ortopedico, non deve necessariamente fare il ginecologo, ovviamente se opera nella sanità pubblica.

14. Introduzione del divieto della obiezione di coscienza per medici e farmacisti nel rispetto della libertà di coscienza.
(dal programma politico di Democrazia Atea)


http://www.democrazia-atea.it/sezione-12-programma.htm